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Al RHEX si parla di accise

Alla grande fiera riminese si è tenuta una conferenza di UnionBirrai sul problema delle accise sulla birra


27-02-2014
di Marco Astracedi
accise per i birrifici

Le ultimissime azioni dell'uscente Governo Letta hanno portato novità positive sul fronte della spinosa questione delle accise sulla birra. Il decreto legislativo denominato "Destinazione Italia" è infatti divenuto legge dello Stato pochi giorni prima della caduta del governo. Tra le tante norme contenute nella legge, miranti a risparmi su bollette e altre cose, viene anche annullato l'aumento dell'accise sulla birra previsto per marzo 2014. Non si sa ancora se verrà confermato o meno l'aumento previsto per gennaio 2015, ma è indubbio che questo recente provvedimento legislativo apra uno spiraglio positivo.

C'è comunque da ribadire che la situazione della tassazione sulla produzione di alcolici, ed in particolare per quanto riguarda la birra, è tutt'altro che rosea, soprattutto per due motivi: con i recenti aumenti (di cui solo una minima parte annullati con la suddetta legge) la tassazione ha raggiunto livelli tali da poter pesare sensibilmente sui consumi, inoltre rimane l'ingiusta differenza tra birra e vino, visto che su quest'ultimo agisce un'accisa pari a zero. Esistono poi molti altri fattori accessori come le differenze di trattamento territoriale, il conteggio fatto sui gradi Plato del mosto anziché sul prodotto finale, la disparità rispetto ad altri paesi europei e altro ancora.

Di tutto questo si è parlato al RHEX, la grande fiera riminese dedicata all'Horeca (il settore alberghiero e di ristorazione e la relativa produzione di alimenti e bevande) che ha ospitato un'ampio settore specificamente dedicato alle birre artigianali, e che è stato anche cornice di una importante conferenza organizzata da UnionBirra riguardante proprio il problema delle accise (v. RHEX 2014).

Questo l'elenco dei relatori di UnionBirrai che, con la moderazione di Alessio Selvaggio (Birrificio Croce di Malto e consigliere UnionBirraio) hanno illustrato la questione sotto molteplici aspetti:  Giulio Marini (Birrificio Italiano), Vittorio Ferraris (Birrificio BSA), Simone Monetti Direttore Operativo di UnionBirrai; a questi si è aggiunto l'avvocato Bonatti del Foro di Milano, che ha illustrato una proposta riguardo alla sperequazione tra accise su birra e vino.

 

Ad aprire il convegno è stata la relazione di Simone Monetti che ha spiegato la situazione attuale della tassazione sulla birra e la storia di come vi si è giunti. Dal punto di vista normativo l'argomento è trattato nel cosiddetto "Testo Unico sulle Accise" (D.L n. 504 del 26/10/95) e nel Decreto Ministeriale n. 153 del 2001 che, in pratica, regolamenta nel dettaglio quanto determinato dal "Testo Unico" e quindi anche i rapporti tra l'azienda e l'Agenzia delle Dogane ed elenca le aliquote di tassazione applicate sui prodotti. A queste norme si sommano due decreti (n. 91 del luglio 2013  e n. 104 del settembre 2013, successivamente convertiti in leggi correnti, che servivano a trovare coperture rispettivamente per i Beni Culturali e per l'Istruzione) che hanno determinato il notevole aumento delle accise registratosi nell'anno appena trascorso e che dovrebbe ulteriormente verificarsi nel 2015.

Dal valore del 2006, con un'accisa di 2,35 Euro, da moltiplicarsi per gli ettolitri prodotti e per i gradi Plato del mosto da cui viene prodotta la birra, determinando così la somma totale dovuta, si è passati nel 2013 a 2,66 Euro e nel gennaio 2014 a 2,70 Euro (aliquota oggi in vigore). Come dicevamo è stato annullato il previsto aumento di marzo a 2,77 Euro ad ettolitro, mentre non si sa ancora cosa accadrà dell'aumento previsto per il gennaio 2015 che dovrebbe portare l'aliquota dell'accisa addirittura a 3,04 Euro. Il 1° gennaio 2015 è anche la data che dovrebbe vedere l'entrata in funzione dell'obbligo di trasmissione telematica dei dati relativi alle accise (modalità di produzione, tipologia di birra, quantitativi prodotti…) obbligo via via prorogato dal 2007.

La parte più importante della relazione di Monetti è stata però incentrata sulla lunga trattativa intercorsa dal 2008 tra l'Agenzia delle Dogane e UnionBirrai, come associazione accreditata, per intervenire soprattutto in quella che era l'enorme variabilità territoriale delle disposizioni particolari sulle accise e sulla larga libertà di interpretazione da parte dei singoli funzionari dell'Agenzia, e contemporaneamente puntando alla massima semplificazione possibile. 

Questa interazione tra le proposte portate da UnionBirrai e l'Agenzia delle Dogane, su vari tavoli tecnici, ha portato al D.L. 16 del 2/3/12, convertito in legge n.44 nell'aprile dello stesso anno, che ha visto come primo importante risultato il riconoscimento dello status giuridico di "microbirrificio" per quei birrifici che produce meno di 10.000 ettolitri l'anno, modificando quindi l'articolo 35 del Testo Unico sulle Accise (TUA) e l'articolo 3 del relativo decreto attuativo ministeriale (D.M. 153), rideterminando la definizione dell'assetto e dei controlli sulla produzione dei microbirrifici secondo la "Determinazione Territoriale n. 140839". Questa "Determinazione Territoriale" emanata dal Direttore dell'Agenzia, in sostanza disciplina l'asseto e le modalità di controllo del microbirrificio. ovvero come controllo la contabilizzazione dell'accisa fatta dal birrificio, come la comunichi, come la paghi ecc. Nello specifico le novità apportate da questo testo riguardano il metodo di accertamento dell'accisa, che ora si limita a due modalità: sul consumo energetico (tramite un coefficiente di consumo energetico che dovrà essere di volta in volta determinato dall'Agenzia sulla base di quanta energia viene consumata per produrre un certo quantitativo di mosto) o sulla quantità di mosto prodotto e quindi tramite un contalitri. Inoltre questa determinazione limita il "deposito fiscale di alcolici" su cui verte l'accisa alla sola sala cottura (invece al più ampio perimetro comprendente magazzino, zona confezionamento ecc.), riducendo drasticamente gli adempimenti a carico dei microbirrifici, con un solo registro delle lavorazioni (per le accise) e un solo contatore, con l'obiettivo raggiunto da UnionBirrai di togliere discrezionalità ai singoli funzionari.

Si è in attesa di un documento, una "To do list", che, tramite apposita circolare, esplichi in maniera chiara e puntuale i contenuti della Determinazione.

Si tratta, come hanno sottolineati tutti i relatori, del raggiungimento di un obiettivo parziale. Molta la strada è ancora da fare, in particolare per quanto riguarda l'assurda contabilizzazione anche sulle perdite, cioè sul mosto non realmente usato nel prodotto finito, e l'obbligo del condizionamento della birra esclusivamente prodotta in loco. A cui si aggiunge il solito vecchio problema della sperequazione tra l'accisa sulla birra e quella, inesistente, sul vino. In ogni caso è sicuramente un passo avanti.

 

L'intervento successivo, ad opera di Giulio Marini, si è invece incentrato sul confronto sulla situazione italiana e quella europea in materia di accise sulla birra. Dal punto di vista della normativa europea, la regolamentazione delle accise verte su due Direttive (n. 83 e 84 del 1992) che stabiliscono i criteri ai quali gli Stati membri si devono riferire per un'armonizzazione in materia. Si definiscono quindi quali sono le bevande soggette ad accise (vino, birra, i vari tipi di superalcolici, ecc.) e le relative aliquote minime, mentre i singoli Stati potranno poi definire le aliquote effettive. Per il vino l'aliquota minima è pari a zero, che, sottolineiamo, è la stessa applicata in Italia, mentre il 54% dei Paesi aderenti applica un valore decisamente più alto.

Le suddette Direttive determinano anche le modalità di esigibilità delle accise. In particolare la direttiva prevede che l'esigibilità avvenga nel momento in cui il prodotto viene messo in commercio; l'accisa è sì un'imposta sulla fabbricazione ma il pagamento avviene quando viene messo in consumo. Questo comporta che la normativa italiana, basata sulla produzione di mosto (che serve a produrre la birra, ma ovviamente NON è il prodotto finito messo in commercio) rappresenta una evidente forzatura delle direttive europee. Altra direttiva non seguita in Italia riguarda la differenziazione di aliquote per i piccoli produttori (definiti tali i birrifici indipendenti con produzione annua sotto i 200.000 ettolitri, ben al di sopra della definizione di "microbirrifici" di cui si è detto sopra) che in italia non avviene, equiparando il piccolo produttore alle grandi aziende nazionali, mentre il 71% dei paesi UE recepisce tale direttiva. La direttiva norma, inoltre, la circolazione di birra tra gli stati, con sospensione di accisa tra uno stato e l'altro, a causa delle differenti accise applicate.

Il confronto è stato poi incentrato proprio sulle diverse aliquote, che vengono calcolate in modo diverso, in alcuni casi in gradi Plato (cioè sul mosto, come in Italia) in altri in gradi alcolici volumetrici; in realtà questa differenza è appianabile considerando, ad esempio, che un litro di birra a 12° Plato corrisponde a 4,8° alcolici. Su questa base Marini ha messo a confronto le diverse aliquote dei 28 stati dell'Unione Europea. Se fino al 2012 l'Italia figurava all'undicesimo posto, con il previsto aumento del 2015 salirebbe al quinto posto tra le accise più care. La questione è aggravata dal fatto che la maggior parte dei paesi europei recepisce la direttiva diminuendo le aliquote per i piccoli produttori in modo sensibile, cosa che non avviene in Italia, andando a creare un peso fiscale difficilmente sopportabile per i piccoli produttori.

L'altra questione che rappresenta un forte handicap per i birrifici italiani è la complessità burocratica dei sistemi di accertamento. Giulio Marini ha messo a confronto diretto il sistema italiano degli adempimenti rispetto a quello britannico, che è strutturato in modo molto più semplice. In Inghilterra il pagamento dell'accisa viene calcolato nel momento in cui si vende il prodotto, cioè esclusivamente sul prodotto finito commercializzato e non, come avviene in Italia, sul mosto, che è soggetto ad una serie di perdite e sprechi durante la lavorazione, e sui quantitativi di magazzino. Inoltre, quando si apre un birrificio in Gran Bretagna, la domanda da presentare è di una semplicità disarmante per noi che siamo abituati a quintali di scartoffie, contatori di vario tipo, bilance tarate per il malto, ecc.; parimenti per noi anomalo è il tempo di approvazione per l'apertura dell'attività che è di 14 giorni. Ugualmente semplificato è il sistema di registrazione dei dati sensibili al calcolo dell'accisa (esempio tipologia del mosto prodotto, movimentazione in magazzino dei prodotti, ecc.), lasciando all'impresa la scelta della modalità di registrazione di questi dati; l'importante è che questi dati siano registrati digitalmente e stampabili e quindi resi disponibili in caso di controllo da parte degli organi fiscali (controlli che solitamente sono preannunciati!). Per finire, l'agenzia delle tasse britannica, fornisce on-line una guida completissima ed estremamente chiara su tutto quanta riguarda i necessari adempimenti fiscali di un birrificio.

Insomma, in Italia sembra presumersi che l'imprenditore debba per forza cercare di evadere il fisco e gli si mette una serie infinita di paletti che complicano enormemente l'attività produttiva e comportano costi aggiuntivi; in altri paesi si preferisce "fidarsi" di più, per poi controllare in modo più efficace e capillare. 

  

Il successivo intervento di Vittorio Ferraris ha ripreso alcuni degli argomento da entrambe i relatori precedenti, per fare il punto sull'attività svolta dal "Comitato Accise" di UnionBirrai e del suo lavoro con l'Agenzia delle Dogane e, secondariamente, con gli organi legislativi parlamentari. Infatti i referenti in materia di accesi sono in realtà due. Da una parte c'è l'Agenzia delle Dogane che agisce come organo esecutivo, e nei confronti del quale le associazioni di categoria (UnionBIrrai in testa, visto che da parte di AssoBirra sembra essere venuto ben poco in termini di proposte effettive) può spingere in materia di semplificazione e di flessibilità. Se però vogliamo agire direttamente sulla normativa, ad esempio in termini di pressione fiscale, ovvero sulla determinazione delle aliquote, allora referenti diventano gli organi parlamentari e di governo, ovvero le Commissioni Parlamentari e il Consiglio dei Ministri o il singolo Ministero. Il Comitato Accise di UnionBirrai si è mosso parallelamente sui due binari, semplificazione dei processi di accertamento e alleggerimento fiscale, e quindi sui due canali di interlocutori, trovando nel direttore dell'Agenzia delle Dogane un contraltare attento, sia pur nella sua rigidità, mentre più complesso è stato arrivare nelle stanze del parlamento. 

La Determinazione Territoriale di cui aveva parlato Monetti è un primo risultato dell'interlocuzione con il canale esecutivo, mentre l'annullamento del previsto aumento di marzo probabilmente può essere visto come un primo, timido successo nell'interlocuzione con la controparte legislativa.

Ferraris ha esaminato più in dettaglio la Direttiva Territoriale, sottolineando come alcune cose si siano ottenute e molte altre no, a partire dalla volontà da parte dell'Agenzie di andare sempre più a monte della catena produttiva per la determinazione dell'accisa (sul mosto) in chiaro contrasto con le linee guida europee che indicano invece il prodotto finito come soggetto all'accisa (obiettivo finale di UnionBirrai): pagare sul mosto significa pagare anche sullo scarto (che possono arrivare anche all'8%) e quindi costi aggiuntivi sicuramente significativi.

In ogni caso la Direttoriale comporta sicuramente un passo in avanti, in chiave di chiarezza e di univocità territoriale, considerando anche che l'adesione a questo nuovo sistema di conteggio semplificato è facoltativo (entro febbraio 2016). I microbirrifici che non volessero aderire potranno farlo ma dovranno seguire la normativa della legge 153. Non ci saranno quindi più le valutazioni e imposizioni arbitrarie delle autorità locali sorte progressivamente con le svariate deroghe nate successivamente alla Legge 153: da oggi saranno possibili solo due sistemi, secondo la nuova direttoriali per i microbirrifici o secondo le norme del D.M. 153.

Il risultato è riassumibile in minori costi di impianto, un abbattimento dei costi di gestione, una più chiara e corretta interazione tra l'impresa e gli organi di controllo e, consequenzialmente, minori sanzioni.

Non ci si nasconde, però che ancora molto lavoro è da fare per raggiungere gli obiettivi che UnionBirrai si propone. Tra questi, al primo posto figura una differenziazione delle aliquote, con una riduzione per scaglioni di produzione, cosa che porterebbe ad una maggiore competitività, in particolare nei confronti con il mondo delle grandi industrie birraie multinazionali.

Altri obiettivi riguardano la definizione di normative chiare rispetto ad alcuni punti che nella direttiva non sono stati toccati, come il caso delle birre blend, cioè quelle che comportano il miscelaggio di birre provenienti da diverse lavorazioni e spesso da diversi impianti e produttori. situazione al momento non resa possibile dalla Direttoriale, che prende in considerazione solo la sala cottura del singolo impianto. Altra questione sospesa è quella delle alienazioni 

 

L'ultimo intervento, da parte dell'avvocato Bonatti del Foro di Milano, il quale ha portato una originale proposta per risolvere l'annosa questione della sperequazione tra il trattamento fiscale della birra e quello del vino, sul quale non si paga accise.

Tra parentesi, l'avvocato ha esordito con una immagine interessante, ricordando che, mentre sul vino non si pagano accise e quindi il suo consumo comporta un minore contributo allo Stato, bevendo birra si contribuisce a finanziare Pompei ed altri beni culturali, la scuola e si contribuisce ad eliminare l'Imu. Questa immagine, a nostro parere, potrebbe essere la chiave per un'interessante slogan per promuovere il consumo di birra… "Bevi birra e salvi Pompei" o "Bevi birra e migliorerai le nostre scuole" è socialmente migliore e ha qualcosa in più rispetto al "Bevi birra e sai cosa bevi" di un paio di decenni fa…

Chiudendo la parentesi e tornando a quanto avanzato dall'avvocato Bonatti, la questione è che esiste una disparità di trattamento e la Carta Europea dei Diritti dell'Uomo condanna la disparità di trattamento. Si partirebbe, cioè, dal principio di eguaglianza che dice che tutti di fronte alla legge devono essere trattati allo stesso modo, principio che vale per le persone (sesso, razza, religione) ma anche per le attività produttive o per tipologie di beni tra loro assai simili come vino e birra.

Per quanto riguarda la Legislazione Italiana, l'unico organo che potrebbe essere coinvolto in una azione legale che riguarda la correttezza o meno di una certa legge è la Corte Costituzionale, ma, anche ammettendo, in linea teorica, che questa disparità di trattamento sia in contrasto con la nostra Costituzione o con le normative europee; c'è il problema che in materia fiscale, storicamente, la Corte Costituzionale non è mai andata contro la legislazione fiscale e alla scelte "politico-economiche" che portano ad una eventuale disparità di trattamento.

Noi però siamo membri dell'Unione Europea e tra gli organi giuridici della Comunità c'è la Corte di Giustizia dell'Unione Europea, che però deve si può occupare solo di disparità di trattamento e non di disparità all'interno di un singolo stato, per il quale vige ancora il principio della discrezionalità di trattamento fiscale da stato a stato. Il nostro, invece, è un problema sostanzialmente domestico. Esiste un altro organo giuridico, estraneo all'Unione Europea ma rispettato da tutti gli stati dell'Unione, che è la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che può giudicare l'operato e le leggi dei singoli stati membri qualora queste non siano in ottemperanza alla Carta dei diritti dell'Uomo che gli stati dell'Unione Europea e alcuni altri hanno tutti sottoscritto a partire dagli anni 50. La Carta prevede delle sanzioni per gli stati che violino alcune delle norme contenute nella carta, sanzioni che si concretizzano nel pagamento di una somma a titolo di risarcimento al soggetto leso da parte dello stato giudicato "colpevole". L'efficacia è dato dall'effetto domino che l'eventuale condanna. Bonatti ha portato l'esempio della recente sentenza che vede riconosciuto il diritto di poter scegliere il cognome della madre per i propri figli, invece di quello del solo padre; se tutti quanti a cui non è stato riconosciuto questo diritto si rivolgessero alla Corte, lo stato "incriminato" dovrebbe versare un diluvio di risarcimenti. È per questo motivo che, in caso di una sentenza da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, in genere lo stato si affretta a modificare la propria legislazione, con norme in ottemperanza alla Carta.

La proposta avanzata dall'avvocato Bonatti è quindi quella di rivolgersi alla Corte dei Diritti dell'Uomo, in quanto il differente trattamento di due tipologie di prodotto tra loro molto simili può senz'altro essere considerato come una violazione della Carta, la quale ha un'apposita norma che vieta la discriminazione e la proprietà privata. Certo, come precisa si tratta solo di un'idea, tutta da verificare e approfondire, ma è comunque una strada che potrebbe essere interessante verificare se può essere percorsa.

Uno dei problemi (che ha chi scrive non sembra cosa da poco) è che il contenzioso presso la Corte dei Diritti dell'Uomo può essere aperto solo dopo aver passato tutti i gradi di giudizio nello stato di appartenenza. Ci vorrebbe quindi una sorta di casus belli, in cui uno o più birrifici fanno ricorso ai tribunali italiani per questa presunta disparità di ingiusto trattamento, ricorso che verrebbe quasi certamente respinto (dopotutto la legge italiana parla chiaro). Una volta sconfitto in tutti i gradi di giudizio, e pagando ogni volta le spese legali (circa 20-30.000 Euro), il birrificio potrebbe infine rivolgersi alla Corte dei Diritti dell'Uomo. 

Pur nella totale incompetenza di chi scrive, la mia personale impressione è che il punto più debole di questa idea (a parte le spese legali che potrebbe essere coperte con un contributo condiviso) è la tempistica; l'avvocato ha parlato di una trafila di due-tre anni per l'esaurimento della trafila giudiziaria italiana (cifra che, a spanne, ci sembra un po' ottimistica, visti i tempi della giustizia civile in Italia) e poi altri due-tre anni per arrivare ad una sentenza della Corte Europea. 

D'altro canto, come ha sottolineato lo stesso Bonatti, il semplice fatto di intraprendere questa strada può avere positive ripercussioni in tema di visibilità sui mass-media, con una sensibilizzazione su questo tema dell'opinione pubblica e quindi della classe politica e amministrativa, magari arrivando a risolvere questa sperequazione ancor prima di arrivare davanti alla Corte dei Diritti dell'Uomo. Altra questione sollevata, soprattutto durante il successivo dibattito è che, anche se si arrivasse ad una soluzione giuridica che obbligasse ad una equiparazione di trattamento, lo Stato italiano potrebbe tranquillamente decidere di alzare l'accisa sul vino, senza diminuire affatto quella sulla birra, crenado un problema ai produttori di vino senza risolverne alcuno ai birrai.

In ogni caso, come precedentemente sottolineato si tratta di una strada da valutare con attenzione prima di decidere a favori o contro.

 

Di certo durante il convegno e il successivo dibattito si è potuto avvertire distintamente il profondo scontento per una non adeguata attenzione da parte dello Stato nei confronti di imprenditori coraggiosi e pieni di buona volontà come i nostri birrai, che vengono visti, tanto per cambiare, come semplice rubinetto da cui attingere fondi per un'amministrazione economica della nazione che fa acqua da molte parti.

UnionBirrai fa un appello a tutti i produttori: dobbiamo essere di più! "L'unione fa la forza", dice il motto, e uniti si può senz'altro avere un maggiore potere contrattuale con le controparti istituzionali, potendo, quindi, meglio raggiungere quei numerosi obiettivi ancora da centrare che i relatori hanno esposto durante la conferenza. Anche per raggiungere questo obiettivo strategico di maggiore peso, la campagna di iscrizione all'associazione di quest'anno prevede uno scaglionamento delle tariffe e, soprattutto una larga pubblicizzazione di quanto UnionBirrai si sta dando da fare, come testimoniato, appunto, in questa conferenza.

 

QUI il link per scaricare la Determinazione Territoriale dell'Agenzia delle Dogane Prot. 140839 riguardante i microbirrifici.

 




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