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Montegioco, uno dei 'Bengodi' della birra alla frutta

Una degustazione di birre aromatizzate alla frutta realizzate dal birrificio alessandrino.


16-02-2014
di Simone Cantoni
Birra alla frutta

Montegioco: dove la birra è… alla frutta. No, non nel significato metaforico comunemente inteso di “versante in stato di disperazione”, “in vista di imminente tracollo” e via dicendo (anzi, nel caso di specie, la bevanda gode ottima salute e, a scanso di sorprese, formula gli scongiuri di rito); ma in un significato pienamente letterale: perché in questo angolo collinare dell’Alessandrino la birra viene prodotta effettivamente (anche) con l’aggiunta di frutta. E con risultati d’eccellenza: provare per credere.

Se poi è guidata dal mastro birraio, Riccardo Franzosi (personaggio di squisita gradevolezza, oltre che di ben conosciuto talento), una degustazione tematica dedicata alla “scuderia” Montegioco si arricchisce di risonanze, suggestioni e spigolature in quantità impagabile. E la serata, già bella in premessa, diventa una di “quelle da ricordare”.

Così è stato al Punto Birra di Viareggio, locale artefice e ospite di una sessione d’assaggio costruita su cinque etichette della gamma del birrificio; una “quasi orizzontale” (tre bottiglie di un’annata, due della precedente) nel corso della quale sono salite in scena “Magiuster” 2013, “Quarta Runa” 2012, “TiBir” 2012, “Open Mind” 2012 e “Draco” 2013: tutte espressione di quella sezione del “catalogo Montegioco” (peraltro costituito anche da prodotti stilisticamente più tradizionali) che è riservata alle birre stagionali elaborate attraverso l’incontro con diverse varietà di frutta. Ed ecco, di questa esperienza, il nostro “taccuino” a consuntivo.

Magiuster 2013 (alcol 5.3%). Parte dalla base di una birra chiara improntata agli equilibri sensoriali (lievito Safale S-04, luppoli continentali gettati con mano giudiziosa), che – dopo fermentazione e travaso – viene miscelata in acciaio con fragole “Profumate di Tortona” (precedentemente congelate) nella misura del 3%, i cui zuccheri danno luogo, contestualmente al processo di macerazione delle polpe, a una fase di rifermentazione: il tutto protratto per quattro settimane. Infine l’imbottigliamento: con dosi di zucchero atte a conferire, attraverso l’ulteriore rifermentazione in vetro, livelli di carbonazione volutamente festosi ed esuberanti. Al sorseggio – non stupisca il colore chiaro: la fragola impiegata è di polpa bianca – colpiscono, prima, un olfatto pienamente esplicito nel dichiarare l’ingrediente aggiuntivo e tipicamente lattico, in virtù dei microorganismi conferiti dal naturale corredo del frutto; quindi una corsa gustativa  elegantemente sobria, quasi vinicola.

Quarta Runa 2012 (alcol 7.2%). Stessi fondamentali (la birra di partenza e le tecniche di elaborazione), con la fondamentale variazione del tipo di frutta “protagonista”: qui la Pesca di Volpedo Dop, denocciolata, cotta e raffreddata, prima di essere aggiunta in quota oscillate tra un 20 e un 30%. La “Quarta”, ambrata e calda, sfodera al naso gli attesi temi lattici e quelli varietali del frutto (questi ultimi in concentrazioni succosissime), che circolano in armonia reciproca; e un palato coerente con tali premesse, oltre che sostenuto da una taglia alcolica assai calda.

Tibir 2012 (alcol 8%). Medesimo “protocollo” delle precedenti, “declinato” secondo la specificità di ancora un nuovo “frutto ospite”: acini (non mosto) di uva Timorasso, vitigno a bacca bianca dei Colli Tortonesi da cui si ricavano vini di ferrea mineralità e longevità. Diraspati i grappoli, l’uva viene cotta e poi raffreddata prima di consegnarsi (in misura del 20%) all’abbraccio della birra-base. Di look dorato, la Tibir 2012, tutt’altro che impoverita delle note varietali più rocciose apportate dal Timorasso (pietra focaia, leggeri idrocarburi), esprime, in affiancamento, anche aromi dettati dall’anagrafe: un’albicocca che tende al disidratato, suggestioni di frutta secca (noci, arachidi) e miele; e ancora (bella la lunghezza evolutiva) una progressione che volge allo speziato della noce moscata e della vaniglia.

Open Mind 2012 (alcol 7.4%). Sorella bruna della Tibir, nasce dall’incontro con un’altra uva locale, la Croatina, bacca rossa dalla buccia coriacea e ricca di tannini, che – proprio a motivo di tali sue caratteristiche – impone un contatto macerativo con la birra-partner ben più prolungato (alcuni mesi) e a temperatura prossima allo zero (onde estrarre al meglio i profumi e limitare, invece, al minimo il passaggio di astringenze tanniche). Maschio il naso, con note di prugna e lievi sentori amaricanti, silvestri; bocca avvolgente, coesa e dalla percezioni tattili ben palpabili.

Draco 2013 (alcol 11%). Per la serie “tutti i salmi finiscono in gloria”, tappa finale della degustazione è la vetta etilica di una birra possente e raffinata, figlia di un procedimento diverso, rispetto a quelle degustate in precedenza. Punto di partenza è un’ambrata “muscolare” fermentata con lievito Scottish Ale e britannica anche nelle – sempre comunque bilanciate – luppolature (da Fuggles e Goldings): ecco, su questa piattaforma “atterrano” mirtilli (non cotti ma introdotti, al 3%, sotto forma di purea), il cui corredo di microorganismi – durante la macerazione e rifermentazione, protratta per 3 o 4 settimane – apporta timbriche anche marcatamente boschive e selvatiche, di muschio e legno bagnato. Il resto della tavolozza olfattiva è una stratificazione vigorosa di frutti rossi in confettura, di tabacco e di incisive vinosità dalle inclinazioni liquorose. Eccellente congedo, con un sincero “A presto rivederci”. 




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