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Birra Africa Italiana

Una bottiglia da collezione, risalente a quando l'Italia fascista aveva coronato il suo effimero sogno imperiale e alcune coraggiose imprese italiane fondavano sul suolo africano degli altrettanto effimeri birrifici. Questa bottiglia è protagonista indiretta di una avventura bellica venata di romanticismo che ci piace ambientare in Libia, durante quegli ultimi mesi in cui lembi d'Africa erano ancora italiani, e ispirata ad un celebre episodio che vide protagonista il Btg. Bafile del San Marco.


12-12-2013
di Francesco Giovagnoli e Adriano Munarini

Masa Mreira, qualche chilometro ad ovest di Tobruk, 13 Settembre 1942, ore 22.00 

Mia adorata Signorina,

anche oggi, come ieri, il mio sguardo non smette di posarsi sulle vostre chiome rosse, screziate di fulgido argento, lucente riflesso, a me sì caro, dovuto al lampione che illumina a giorno l'angolo della specchiera dove siete solita accudirvi ogni sera prima del riposo notturno. Questa immagine, a tratti evanescente, non mi abbandona mai e mi è di conforto nelle notti senza luna. È in notti come questa che il mio pensiero, librandosi in volo, raggiunge Bologna, la mia città universitaria, l'altro amore che ho lasciato per essere io stesso protagonista del glorioso sogno che sarà l'Italia di domani. Tutto intorno a me è ora polvere e sassi ed assenza di sogno. Nel dolce silenzio vi scrivo, lo stesso silenzio in cui ero avvolto quando vi osservavo dalla finestra del collegio, il mio piccolo rifugio, dove l'unica luce era la vostra velata presenza, accompagnata dalla timida fiamma che ardeva nel mio cuore. Mi scuso, è vero, non ho mai ardito, non vi ho mai confessato il mio amore, né acceso un lume dalla finestra del mio collegio, né tantomeno avuto il coraggio di alzare il mio sguardo quando l'incrociavo nei corridoi del ginnasio. Ma il mio cuore vive solo per voi, vive solo nella speranza di sfiorarvi, nella speranza di un vostro sorriso di assenso. Oggi stesso affido questa mia confessione al mare e al dio Nettuno, quel dio pagano, ingiustamente disprezzato al liceo ed ora invece amico così caro. A lui ho confidato questo segreto ed affidato questa impresa. Consegnare questa missiva che a breve sarà cullata dalle onde di questo mare infinitamente dolce come il mio cuore.

Con caro affetto, vostro Marino.

 

 

Masa Mreira,13 Settembre 1942, ore 22.40

Nel firmarla, premetti con tale forza nella carta, che il lapis la trafisse, pungendomi la mano ed offendendo le parole impresse nella loro immacolata purezza. Certo è che la mia vita di volontario mal si addiceva al fisico poco atletico di studente se non nello spirito e nella voglia di un vivere il presente da protagonista nella nuova Storia d'Italia. Ma a quale prezzo. Giorni di attesa senza che nulla solleticasse il mio vero interesse ed un dovere duro come un macigno che portavo al di sopra delle membra. Ed ora mi accingo a seguire la procedura con un susseguirsi di azioni metodiche e precise, prive di peso di volontà, come avevo ben appreso nei pochi mesi di servizio militare. Piego il foglio con cura in quatto parti e lo arrotolo intorno al lapis, che poi ripongo nella tasca della sahariana. Spingo di forza come un sorso tutto di un fiato il foglio nel ventre della bottiglia color arancio, colore in tono con la natura che mi circonda. Pollice ed indice alle labbra e poi giù sulla candela fino a smorzare la mia solitudine con fare diretto, ma solo dopo aver sigillato con cura quella nave di vetro stampato che avrebbe salpato di lì a poco tra l'argento delle onde, tra l'argento delle chiome della mia amata, cullata da ritmici colpi di spazzola. Dovevo solo raggiungere la battigia e consegnarla al mio amico dio, lanciarla lontano oltre il punto di non ritorno, oltre la corrente di risacca che l'avrebbe inevitabilmente riportata a riva azzerando il viaggio e la speranza. Mi misi in ginocchio sporgendomi oltre la buca, un ultimo sguardo al mio compagno rannicchiato nella ruvida coperta di lana ed una carezza al veliero di vetro con incussa a prua la bella stella a cinque punte, la stella che portavo con orgoglio al bavero della divisa, la stella d'Italia, la stella della mia terra e delle mie origini.

Di certo non mie ero dimenticato di scrivere l'indirizzo del destinatario – Alla Signorina Iris M., Via delle Magnolie 13, Bologna, Regno d'Italia – in bella calligrafia corsivo stampato, a sinistra del casco coloniale dove la grafica lasciava una zona vuota ancora da riempire. E come sempre la parola "Italia" finiva sopra il copricapo avorio del miliziano che felicemente gustava, perlomeno nell'intenzione dell'artista, questa prelibatezza, la birra del legionario. Qui la birra è un bene raro tanto quanto un miraggio, dove l'acqua è un lusso, e quella buona ha il sapore di nafta. A onor del vero ero stato sfacciatamente fortunato. Nella mia solitaria postazione avanzata, ero riuscito a seppellire una cassa di bottiglie, a poco più di trenta centimetri al di sotto della superficie, anche perché oltre la roccia era impenetrabile. La cassa era rocambolescamente stata sottratta ad un nostro convoglio durante un servizio di ispezione, destinata a chissà quale circolo ufficiali, ed era finita nelle mie mani di uscocco. Una cassa subito condivisa con i commilitoni, si intende, ma che perlomeno nel mio profondo ego, da semplice bevanda, era diventa parte dei miei pensieri e messaggera di sogni. Ero uso riportare alla luce, in giorni ed ore rigorosamente stabilite e ritmate, una bottiglia alla volta da quella piramide di sassi e polvere dove l'avevo sepolta e tenuta in segreto come l'anima di un re egizio. Semplice era la regola che dovevo seguire, concordata con gli altri commilitoni, fare sparire cioè i vuoti affinché nessuno venisse punito per negligenza di un suo pari grado. Il mio modo corretto di operare e tenere fede a questo patto era quello di affidare il vuoto al mare dopo aver addolcito il palato con quel nettare divino degno solo, nella mia mente, di un faraone egizio o di un dio greco.

 

Masa Mreira,13 Settembre 1942, ore 24,00

L'orologio indica che l'ora del varo è prossima e con familiarità mi accingo a svolgere la mia missione. Volgo lo sguardo ad est, verso Tobruk dormiente, cittadella fortificata dove alloggia l'alto comando ed il resto dei ragazzi del battaglione Bafile del San Marco. Ad ovest invece una postazione contraerea, la 825^ con un pugno di uomini in forza con il loro pezzo, tutto ciò era stato lucidamente ricostruito nella mia mente dato che la luna non rifletteva nulla ed i miei occhi erano ciechi, nella sola fisicità, dato che i severi ordini di oscuramento delle postazioni erano stati correttamente rispettati. Il quotidiano bombardamento inglese era iniziato in anticipo e le onde si intravedevano lontane ogni qual volta una fiamma si alzava da terra. Tra un'ora sarebbe cessato tutto di botto e, come sempre, l'oscurità ed il silenzio mi avrebbero di nuovo sconquassato i timpani. Portai la mano al tascapane, con un gesto materno, come per proteggere la bottiglia ed il suo contenuto a me si caro da una improvviso naufragio e rimasi in attesa della quiete dopo la tempesta pronto all'azione. 

 

Masa Mreira,14 Settembre 1942, ore 04,00

Questa notte gli inglesi si dilungano a bombardare, questa improvvisa attesa è snervante e mi rende insonne, ne approfitto per sbocconcellare un pezzo di pane. Poi il silenzio dopo un'ultimo fuoco. Mi alzo di nuovo in ginocchio con il viso appena oltre la buca, la luna girata dalla parte opposta mi è complice, l'oscurità è quasi totale, ma questo non mi impedisce di muovermi, tutto intorno a me mi è familiare, ciascun sasso, arbusto, barattolo o pezzo di reticolato. Mi muovo ad occhi chiusi, il moschetto a tracolla dalla parte opposta alla bisaccia, come mi era stato insegnato. Venti passi e raggiungo la roccia con le orecchie di volpe, ed altri trenta fino al dirupo, dove il sentiero tira dritto verso il mare. Il sale ora si respira soffocato di tanto in tanto dal dattero selvatico. Lascio dietro di me l'ultimo tratto di filo spinato che costeggia la zona minata, ora affondo in un terreno più soffice, la riva è vicina e il dolce suono della risacca è ora un canto di sirene. Mi sembra di vederle, nei riflessi delle onde, tra i cespugli lontani… poi un bianco velo candido penetra lentamente nel mio sguardo, ora il silenzio assoluto, l'immagine del suo volto sorridente allo specchio, un fischio acuto al timpano e colpi improvvisi alla porta. Chi bussa al mio uscio? domani ho l'esame di Greco … sudore al viso, sapore di sabbia in bocca, colpi d'arma da fuoco, granate intorno a me, in mare la torretta di un sommergibile in affioramento, il braccio armato di un dio che lancia saette… il volto sorridente di mia madre, una nebbia iridescente attraversata da ombre, riconosco tra i cerchi Beatrice poi Dante che si volta e mi sorride e si avvicina… è il mio compagno di buca… ancora buio… 

 

Tobruk infermeria di zona, 14 Settembre 1942, ore 7.00

Riprendo i sensi, ora bianco ed odore di calce, vedo dall'alto i miei piedi fuori dalle coperte, sono disteso in un letto di infermeria … sono ancora vivo.

Il tenente medico, nel visitarmi, mi racconta che nella notte ingenti forze inglesi avevano attaccato le nostre postazioni ad est ed ovest di Tobruk. Un piccolo gruppo di esploratori del corpo dei Royal marine inglesi si era infiltrato, sbarcando da un sommergibile proprio davanti la mia postazione di osservazione, proprio in mezzo al campo minato, con lo scopo di segnalare la zona di sbarco a più di cinquecento incursori che erano a largo, in attesa. Il punto di approdo delle pattuglie esploranti, per loro sfortuna, non era quello previsto e qualcosa andò storto. Nel frattempo alcuni dei nostri pontoni armati avevano individuato le unità navali in lento avvicinamento per appoggiare la forza da sbarco, ed aprirono il fuoco con tutta la potenza necessaria. L'allarme era scattato, poche unità nemiche, nella mia zona, raggiunsero la spiaggia, centosettanta uomini circa. Ma i nostri del San Marco insieme a marinai, cucinieri, piccole unità di reparto e qualche tedesco contrattaccarono costringendo alla resa gli inglesi che avevano toccato terra e respingendo indietro gli altri. La batteria 825^ che era alla mia sinistra era stata annientata, io fui baciato dalla fortuna, quindici italiani si contano tra i caduti, settecentosettantanove inglesi dalla parte del nemico e settantasei prigionieri, un incrociatore, due cacciatorpedineri, quattro torpedo boat affondate, insieme ad altre minori. 

 

Tobruk infermeria di zona, 14 Settembre 1942, ore 9.00

Nuovamente solo, i pensieri smettono di girare in cerchio, di girare intorno a questa stanza. La mia bisaccia con la nave ancora alla fonda, era appesa su un riccio metallico ai piedi del letto, come fosse una bitta. Avrei tardato a far salpare questo mio scritto, avrei atteso il momento propizio… qualche giorno di lì a poco, sempre di notte, sempre con la complicità della luna.

 

racconto di Francesco Giovagnoli

 


 

La breve parabola dei birrifici coloniali

di Adriano Munarini

 

Il deserto a volte è terra di nessuno, inesplorato, selvaggio e che disorienta, non esiste un confine certo e la terra si confonde all’orizzonte con il cielo.

I nostri soldati sono partiti verso l’ignoto, nelle loro sacche avevano solo ricordi vaghi di gente che da quei posti era ritornata e tutto era confuso, l’Africa era un miraggio lontano di canzoni che dipingevano una fantasia non vera, “Faccetta nera, bell’Abissina…", “Tripoli, bel suol d’amore…"; avanti, sempre avanti, dentro ad un mare giallo di sabbia calda... e al seguito delle truppe coloniali d’occupazione già si erano aggregati imprenditori audaci che credevano nell’impresa di un’Italia alla conquista delle nuove terre.

Le nuove terre erano anche una nuova realtà di genti, usi e costumi; tribù legate al nomadismo vagante di oasi in oasi. I nostri soldati venivano chiamati facce d’orzo e per strana similitudine l’orzo era un cereale importante per quella birra prodotta dalla birreria Forst. Sull’etichetta un disegno evocativo di questo coloniale che si disseta, immancabili sullo sfondo le palme e in lontananza le carovane che già una canzone aveva evocato: “... Vanno le carovane del Tigrai verso una stella che oramai brillerà…". Tutto sembrava perfetto, la sconfitta di Amba Alagi era distante.

Già altre birrerie avevano tentato la sorte, prima fra tutte la Pedavena con la fabbrica di birra O.E.A., alcune fonti parlano anche della famiglia Bianchi Carnevale, forse importatori di questa birra. Questa era la condotta dei colonizzatori che arrivavano, occupavano la terra, portavano la propria visione di civiltà assieme a nuove produzioni; la birra era una di queste e, anche se una stella era impressa sulla bottiglia (un simbolo alchemico forte), il destino della buona stella non accompagnerà con una sorte propizia l’epilogo di questa storia.

Chissà quanti si sono dissetati con questa bevanda, sconosciuta alla gente del posto per motivi religiosi; forse qualcuno tra gli ascari, le truppe reclutate sul posto, con le loro divise kaki, il moschetto ‘91 e un tarbush rosso fiammante calcato in testa, fedeli ad un ideale che non conoscevano. 

Pochi conoscevano le difficoltà e il viaggio che portava questa birra tra le dune, eppure la birra era arrivata fin là e forse, tra le sabbie del deserto, qualcuna di queste bottiglie è rimasta, altre sono nelle collezioni di materiale birrario, gelosamente conservate.

Le fabbriche di birra vennero alfine statalizzate e inglobate come bottino di guerra, il ritorno a casa determinò la fine di queste birre coloniali, restano sul posto le memorie di quei soldati dissetati dalla birra, molti di questi uomini sono ancora nei cimiteri militari, che riposano sotto l'ombra degli alberi di jacaranda, con i fiori con un colore viola intenso... e le truppe del Reggimento San Marco sono solo un lontano ricordo.

 

 


Questo articolo lo trovate anche sul sito di Adriano Munarini: unbicchieredibirra.it 




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