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Di birre andate…

Tra ricordi personali e memorie collettive, pennellate sparse dal gusto dolce-amaro sulle vecchie emozioni legate alla birra.


23-09-2013
Gianluca Fiorentino

Fiorentino

Non so al momento quanti milioni di miei coetanei camminano tra le folle di questa Italia dal sorriso un po’ spento, sicuramente più di quanti riuscirei ad immaginare, ma sono certo che dentro ogni testa di questi guerrieri stanchi, nel più fondo e ingombrante meandro della loro mente, cercando, potrei ancora trovare l’immagine di una lamiera colorata su di un muro che, ruggine o no, dice “Birra Peroni”.

Io la vedo sempre insieme ai vecchi semafori, sugli incroci con i binari dei tram, l’odore della pioggia sul selciato di sampietrini, i carrelli della spesa e i colori del bianco e nero di una città veloce... lo so, sono ricordi di un bambino.

Fatto sta che nel nostro essere Italiani la Birra, specie la bionda, addiviene un argomento familiare, di casa, quasi un intima usanza, ci accompagna da prima dei bombardamenti alleati e ci condurrà fin oltre Spazio1999; guarirà la nostra sconfitta moderna e ci sanerà dentro durante i mondiali di calcio, vinti e persi.

Operai e imprenditori saranno a ruttare nella stessa maniera, decenza a parte; uniremo la mafia americana a cosa nostra bevendo vino e commerciando birre: nel nostro Dna moderno si riscontrano tracce di luppolo e malavita.

Nonna dice che il vino ubriaca gli uomini e li fa divenire gentaccia, mio padre mi faceva assaggiare la birra, non il vino, quello mai da monello, perché diceva che fa crescere bene i bambini. Ora, se sia vero oppure no tutto questo io ancora non lo so, ma, sicuramente, so che la birra rimane una delle bevande che più rappresenta la mia appartenenza al mondo degli adulti, di quelli che evolvono, che cambiano, che partecipano o che si astengono, che si dividono da tutto meno che da una birra fredda e da un abbraccio.

E ricordare romanzi gialli e fumetti, in cui la birra si intreccia alle vite dei personaggi, resi spesso più umani e vicini ai lettori, con quel bicchiere in mano, con quel essere eguali in momenti diversi della vita ma sempre tutti in bionda compagnia per dieci minuti in un giorno lungo e pieno. Una nemesi tra la pubblicità e la vecchia storia di anni di bere Italiano. 

Sarà l’amaro, la schiuma, il colore nel vetro, sarà quel che vi pare ma il suo carattere femmina è una manna ed una dannazione in un mondo di sete e ricerca di felicità.

 

 

…se la birra potesse mai divenire una canzone sarebbe “Io e Rino” di Sergio Caputo.




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