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Birrificio del Forte

A Pietrasanta, tra le perle artistiche della cittadina toscana celebre per l'arte della scultura, vi è un'altra giovane, piccola perla, stavolta dell'arte birraia.


21-09-2013
Simone Cantoni

Nel campo dell’arte e della cultura, un “gioiellino” Pietrasanta lo è sempre stato. Ma che l’elegante borgo versiliese potesse diventare una “piccola capitale” anche sul fronte della birra artigianale forse in pochi lo immaginavano, solo due anni fa. Eppure è successo, grazie alla alla popolarità rapidamente e meritatamente acquisita dal “Birrificio del Forte”, nato (appunto a Pietrasanta), su iniziativa di due amici ed ex homebrewer, Carlo Franceschini e Francesco Mancini, che nel 2011 hanno compiuto “il passo” lanciandosi, in società, in un’esperienza produttiva di tipo professionale. Il 25 agosto scorso hanno festeggiato dunque il loro secondo compleanno: archiviato il quale, eccoli a tracciare per noi un sintetico bilancio complessivo del percorso fin qui compiuto.

 

Un’avventura imprenditoriale è di norma caratterizzata da luci e ombre. Partiamo  da queste ultime: quali gli elementi sui quali, prioritariamente, ritenete di dover lavorare in un’ottica di perfezionamento?

“Diciamo così: i riflettori sono belli, ma il lavoro vero si svolge all’ombra. E allora, di sicuro dobbiamo lavorare per tenere alta la qualità dei nostri prodotti; ma attualmente crediamo che la priorità sia senza dubbio la comunicazione”.

E invece, le luci: quali “i punti forti del Forte” e quali le maggiori soddisfazioni finora raccolte?

“Senz’altro, come accennato, la qualità dei nostri prodotti e le cure che dedichiamo loro. Il piacere maggiore è rappresentato dal costante aumento di gradimento da parte del pubblico; ma anche i premi vinti danno grande soddisfazione”.

Situazione e prospettive: che dimensioni ha, al momento, l’attività del birrificio; e quale la strutturazione degli impianti.

“Abbiamo un impianto da 10 hl ed una cantina da 50 hl totali. Quest’anno produrremo quasi il doppio, rispetto al 2012, e da poco abbiamo inaugurato un magazzino logistico con annesso punto vendita. Quindi possiamo dire che ci stiamo consolidando, a piccoli passi”.

La gamma del Forte: cinque birre in produzione a ciclo continuo e due stagionali. Cominciamo con le etichette in disponibilità permanente: l’attuale “quintetto base” è destinato a rimanere tale?

“La nostra filosofia è ‘poche ma buone’. Siamo partiti con quattro birre (Gassa d’amante, Meridiano 0, La Mancina, 2 cilindri) e a gennaio scorso abbiamo aggiunto la quinta, la Regina del mare; di certo non ci fermeremo qui, ma saranno sempre ampliamenti ben misurati. Qualcosa è già in cantiere…”

Passiamo alle due stagionali: quali i progetti nei loro riguardi?

“La prima, Fior di noppolo, è una birra autunnale che prepariamo ogni anno con del luppolo fresco e, come tale, sarà soggetta alle variazioni del raccolto, pur mantenendo la sua identità e la stessa base di malti. L’altra stagionale è stata, nel 2012, e sarà anche in futuro un’invernale (sempre in edizione limitata): a dicembre scorso si è trattato di una versione speciale de La Mancina,che chiamammo XL; ma si può anticipare che già da quest’anno evolverà ulteriormente e avrà una propria etichetta… stay tuned!”

Uno sguardo oltre l’orizzonte del “giardino di casa”: qual è il “polso” del movimento microbirrario italiano?

“Lo scenario è variegato, molto. Tanti i birrifici che aprono, costantemente: alcuni si lanciano sul mercato con basi concrete, altri diciamo ‘un po’ più all’avventura’; molti sono ‘beer firmer’, che non dispongono quindi di impianti propri e si appoggiano ad altri per farsi produrre le rispettive etichette. La sensazione è che ci sia alquanto caos e che il movimento abbia bisogno di maturare un po’ per stabilizzarsi”.

 

Parlando di tendenze, produttori e consumatori in questi anni si sono influenzati reciprocamente decretando una sorta di “egemonia del luppolo”: di stili e interpretazioni, cioè, decisamente orientate all’amaro, nel gusto; e nei profumi alle tematiche agrumate, resinose, della frutta esotica. E’ ancora lontano il tramonto di questa supremazia?

“Si tratta di mode, che, come tali, saranno destinate ad affievolirsi, sebbene qualcuno rimarrà ‘fedele alla linea’ e continuerà a bere extra-luppolato. Sicuramente l’avvento di queste birre ha dato una scossa al mercato, creando stupore negli avventori che rimanevano spiazzati di fronte al prodotto. E’ inevitabile ripensare a quando siamo partiti noi, che, per scelta, avevamo deciso di non seguire la corrente e di tornare ‘alle origini’ producendo birre in stili più classici: eravamo un macchiolina in mezzo a maree di luppolo. Ma ora si vedono forti segnali di una retromarcia verso birre più equilibrate; finalmente, vien da dire”.

Il tema di una definizione legislativa (tutta “in fieri”) del concetto di birra artigianale. E’ un passo decisivo, a vostro parere? E se si, quali parametri dovrebbero assumersi come discriminanti per stabilire se un prodotto sia o meno “craft”?

“Sicuramente un adeguamento della legislazione sarebbe utile a identificare un tipo di azienda che fino a pochi anni fa non esisteva nel nostro Paese. Definire un prodotto ‘craft’ in base ai volumi prodotti è difficile: molti birrifici, soprattutto all’estero, lavorano con grande qualità ma anche con quantità elevate. Di certo un paletto importante è la scelta se pastorizzare la birra o meno”.

Il tema del prezzo della birra artigianale, sensibilmente maggiore rispetto all’industriale: si tratta di un “nodo” non risolvibile o invece potrebbe esserlo? E se potrebbe, quali le leve sulle quali agire per venirne a capo?

“Questo è un punto assai delicato. I costi di gestione di un birrificio in Italia sono molto alti e le numerose normative (che peraltro non sono specifiche, ma vengono applicate al nostro settore), spesso costringono i produttori ad adeguarsi, sobbarcandosi investimenti importanti. Se consideriamo poi l’incidenza economica delle energie e del tempo investiti in burocrazia… si sale molto”.

I vostri gusti personali, in fatto di birra: le confessioni (da consumatore) di Carlo Franceschini.

“Non ho uno stile birrario preferito, ma se proprio devo scegliere preferisco le alte fermentazioni e in particolare le tipologie di stampo inglese. Gusti a parte, quello che cerco ogni volta che assaggio una birra, si tratti di sia una Pils o di una West Coast Ipa, sono l’equilibrio e la pulizia globale”. 

E adesso, il momento di fare “outing” (birrario, sia chiaro) per Francesco Mancini.

“Il Belgio è il mio regno, ma apprezzo anche molti stili tedeschi e inglesi soprattutto. Diciamo che non ho una birra preferita in generale, ma ogni momento della mia vita potrebbe averne una adatta da abbinare”.

I vostri impegni principali da qui ai prossimi mesi

"Il primo appuntamento importante è ‘Cheese’, a Bra (Cuneo) dal 20 al 23 settembre, organizzato da Slow Food; poi saremo presenti in varie fiere, sia in Italia che all’estero: ci incontrerete sicuramente in giro”.




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