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In birreria 70 anni fa

La birreria San Giusto di Ancona nei ricordi di mio padre


03-07-2013
Marco Astracedi

Mio padre è nato ad Ancona nel 1934, in una casa del centro storico, a poche centinaia di metri dal Duomo che domina il porto e la città. Ama la sua Ancona, con un attaccamento particolare, comune a diversi anziani, che preferiscono ricordare soprattutto i luoghi della loro infanzia e giovinezza; in particolar modo per chi, come mio padre, in quegli anni hanno vissuto gli eventi della Seconda Guerra Mondiale, con ricordi che si sono impressi a fuoco vivo nella memoria. Fortunatamente per lui, la guerra ha portato sì situazioni memorabili, ma non tanto tragiche, come per chi ha perso i suoi cari.

Mio padre può quindi ricordare con una sottile vena di nostalgia gli anni della sua infanzia e della giovinezza, compresi i duri anni della guerra (la divisa da Balilla, i mesi in cui era sfollato in campagna, il pane di segale dei soldati tedeschi, l'arrivo degli alleati e la loro cioccolata…), tanto che, ad esempio, ogni tanto chiama ancora la via dove è cresciuto Corso Tripoli (oggi Corso Amendola) col vecchio nome che ricorda le velleità coloniali italiane.

 

Tra i tanti ricordi degli ultimi anni '30 fino ai primissimi anni '50, c'è n'è uno legato alla birra e in particolare all'antica Birreria San Giusto.

Mio nonno era un personaggio noto ad Ancona: sanguigno di origine romagnola, decorato della Prima Guerra Mondiale, gerarchetto fascista (Fiduciario del 28 Ottobre, ovvero uno di quelli che avevano partecipato alla Marcia su Roma). Nonno Renzo era solito frequentare questa birreria, sovente accompagnato da mio padre piccolino.

La Birreria San Giusto era sorta nei primi anni del secolo, quando la sola Ancona vantava ben quattro piccoli produttori di birra (gli odierni microbirrifici artigianali, sono una riscoperta, non una novità) e la città era il più importante centro commerciale sull'Adriatico. La birreria era sita nel tratto di via Marsala posto tra Corso Mazzini e Corso Vittorio Emanuele – nome mutato nell'odierno Corso Garibaldi nel 1947, ché dopo il pessimo comportamento della Casa Reale negli anni bellici e il referendum repubblicano del 1947, un nome legato alla monarchia era poco "politically correct" – 

ed era arredata in tipico stile mitteleuropeo (il termine "pub" era allora del tutto sconosciuto). Il nome era ispirato alla cattedrale di San Giusto, a Trieste; difatti veniva servita birra fornita dalla triestina della Dreher, fondata nella città friulana addirittura nel 1773.

 

Visto che Nonsolobionde.it tratta in particolar modo di birre artigianali, converrà aprire una piccola parentesi. La Dreher, infatti, era già allora una vera e propria realtà industriale, con sedi anche in Boemia e Ungheria (facenti parte fino al 1918, al pari di Trieste, dell'Impero Austro-Ungarico) e vedeva l'utilizzo, già nella metà dell'800, di macchine a vapore in parte della catena di produzione; inoltre, diversamente dalla maggior parte degli odierni prodotti "artigianali", le sue birre erano sicuramente filtrate e pastorizzate… Eppure siamo convinti che precedentemente all'avvento massiccio della chimica nel settore agroalimentare e della globalizzazione del mercato, con la correlata spersonalizzazione dei vertici delle imprese, la qualità dei prodotti doveva essere ben più alta di quella attuale e meno facilmente distinguibile dagli odierni prodotti artigianali.

Tant'è vero che (complice la nostalgia per la giovinezza), nella memoria di mio padre quella birra Dreher aveva un gusto che oggi ha pochi rivali.

 

Ma torniamo alla Birreria San Giusto – nome che ancora negli anni '40 rievocava una nota canzone irredentista della Prima Guerra Mondiale ("La campana di San Giusto") – e ai ricordi di mio padre.

Come anticipato, la birreria era in stile austriaco, con tutte le pareti ricoperte di legno scuro, quasi nero, che, impregnato da decenni di profumi di birra e cibo, emanava un aroma particolare e piacevole, al pari del grande bancone e dei tavoli dello stesso legno. Era composta da due locali, nel primo, dove si entrava, veniva servita la birra, mentre una porta laterale dava in una seconda stanza dove veniva servito anche da mangiare, in particolare trippa e stoccafisso all'anconetana ("martedì stocco, giovedì trippa" recitava un cartello). Da quella porta giungeva intenso un profumo misto di buon cibo, birra e fumo di pipe e sigari, insieme ad un chiacchiericcio fitto e alle imprecazioni e risate dei giocatori di briscola.

Nella prima sala, invece, sulla parete di sinistra si ergeva un alto e massiccio bancone sul quale erano allineate quattro o cinque botticelle su alti supporti di legno. Dietro il bancone due robusti camerieri con grossi baffi neri, in maniche di camicia tenute ferme da fasce nere sul braccio e grembiuli del medesimo colore.

Si poteva ordinare birra alla spina (di un solo tipo, una lager) in boccali piccoli (circa 0,25 l.), grandi (0,5 l.) o stiefeln, cioè in "stivali", boccali da un litro a forma di stivali, oggigiorno comuni solo nelle feste birraie bavaresi. Il cameriere allora apriva il rubinetto d'ottone della botticella, da cui usciva una lunghissimo e sottile tubicino di vetro (la spina) che andava a formare una larga e lunga serpentina immersa in un recipiente, anch'esso di vetro, ricolmo di cubetti di ghiaccio. Si vedeva scorrere il sottile flusso di liquido dorato che nella sua corsa nel ghiaccio veniva così raffreddato, per poi tuffarsi nel boccale. Diversamente da oggi, in cui la maggior parte delle volte il bicchiere viene posto vicino alla spinatrice e inclinato in modo da non creare più di un dito di schiuma, allora il boccale era posto sul ripiano traforato in ottone del bancone, verticalmente, e si lasciava che si riempisse della schiuma che naturalmente si formava dalla caduta della birra. Man mano che il liquido saliva nel boccale e la schiuma si alzava e fuoriusciva dal boccale, il cameriere con un'apposita e lunga spatola di legno con cui passava con ampio gesto sul bordo del boccale, eliminava la schiuma in eccesso fino a che ne rimaneva un solo denso dito al di sopra del liquido.

Non saprei dire se questo procedimento, in cui certamente parecchia birra viene "sprecata", faccia acquistare sapore o aroma alla bevanda; di certo era una sorta di rituale dal valore estetico, che doveva stimolare il palato di chi ammirava il lento scorrere della birra e il salire della schiuma.

 

Mio nonno ordinava un boccale o uno stiefel e mentre sorseggiava e chiacchierava con gli amici, faceva assaggiare di tanto in tanto un po' di birra al figliolo che aveva allora 5 o 6 anni; si era allora assai meno rigidi ed attenti di adesso nell'accostare i bambini all'alcol, tanto che anch'io ricordo bene che una tipica merenda della mia infanzia, nei primi anni '70, era una fetta di pane cosparsa di zucchero e innaffiata di vino rosso.

 

Nel 1940 scoppia la guerra anche per l'Italia e mio nonno, ufficiale di complemento dell'Esercito, col grado di maggiore venne inviato con la sua compagnia del 93° Reggimento Fanteria Messina sul fronte greco-albanese. Tornò pochi mesi prima del settembre del '43, congedato a causa di un'infezione agli occhi che l'aveva reso quasi cieco… Assai meno fortunati furono molti suoi commilitoni, ancora presenti sul fronte Jugoslavo il giorno dell'armistizio con gli alleati l'8 settembre 1943: molti furono internati nei campi di prigionia in Germania, altri finirono la guerra combattendo contro i tedeschi nelle file dei partigiani di Tito.

Furono le ultime bevute insieme a mio padre… I bombardamenti alleati su Ancona, dal 15 settembre militarmente occupata dai Tedeschi, si facevano ogni giorno più intensi e mio padre con la sua famiglia andarono sfollati nelle campagne vicino Ancona. Il bombardamento più terribile avvenne il 1° novembre 1943, ad opera dei bombardieri B25 americani, che causarono la quasi completa distruzione del porto e del quartiere alle pendici del colle del Duomo, con circa 1.500 vittime. Venne colpito anche il grande edificio in cui sorgeva la birreria che, pur non venendo distrutta, subì gravi danni e dovette chiudere… tanto ormai, con solo 4.000 abitanti rimasti in città (gli altri si erano rifugiati nelle campagne) e qualche centinaio di soldati tedeschi erano spariti anche i clienti…

Ancona venne liberata dalle truppe polacche aggregate all'Ottava Armata Britannica nel luglio del 1944, mentre Trieste, dove aveva sede la Dreher rimase in mano tedesca fino al maggio del 1945. In ogni caso, al di là dell'impossibile fornitura di birra, Ancona era distrutta e di soldi ne giravano pochi (in molti soffrirono la fame) e gli unici ad averne un po' erano le truppe di occupazione. Per diversi anni, quindi, la Birreria San Giusto rimase chiusa, con i locali semi distrutti; riaprì solo alla fine degli anni '40… E in quegli anni a cavallo tra due decenni, mio padre, ormai giovincello, ritornò a volte in quei locali a cui era affezionato fin dall'infanzia.

Ma la cosa dorò pochi anni. Nei primi anni '50 la birreria chiuse definitivamente, non so per quale motivo: di certo di soldi ne giravano ancora pochi, o forse era semplicemente finita un'epoca.

 

Alla fine degli anni cinquanta, in luogo dell'edificio ottocentesco in parte distrutto dalle bombe, sorse un moderno palazzone e scomparvero anche gli antichi locali della birreria. Oggi, più o meno dov'era la Birreria San Giusto si trova un negozio di cinesi… Segno dei tempi.

 




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