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La Birra nell段mmaginario cinematografico e televisivo Italiano.

Birra e cinema


03-07-2013
Antonio Lucarini

La Birra, certamente intesa come bevanda, ma anche e soprattutto come veicolo di una modalità dell’essere e dell’apparire, inizia a imperversare moderatamente sugli schermi televisivi italiani a metà degli anni sessanta. Nell’Italia del boom economico ancora avvolta da una sorta di cappa puritana proibizionistica ed in cui anche il vino è una bevanda che viene mostrata con parsimonia sul grande e piccolo schermo, la birra fa la sua comparsa in modo timido e marginale… Spesso appare come una bevanda esotica legata alla classica conquista (spesso balneare) della giovane tedesca da circuire. Nella mia memoria affiorano soprattutto alcuni film di Totò, in cui il medesimo attore Napoletano sorseggia una buona birra media. Mi riferisco in particolare a Totò, Peppino e le fanatiche (1964), nella scena in cui assieme a Peppino de Filippo, il nostro tenta la conquista di due turiste tedesche, o al film Totò e Peppino divisi a Berlino (1963).

La birra in sostanza, nei primi anni sessanta, dal punto di vista dell’immaginario mediatico nostrano, viene associata prevalentemente alla cultura tedesca e spesso con allusioni di basso livello che sfiorano subliminalmente il pecoreccio. Farà testo da questo punto di vista lo spot televisivo della Peroni, in cui varie e procaci bionde dai seni prosperosi, accosteranno ai medesimi il grosso boccale pieno di birra in modo allusivo, recitando il classico pay-off: “Chiamami Peroni! Sarò la tua birra!” ( I peroni, intesi come i seni delle varie modelle protagoniste negli anni, da Solvi Stubing in poi, lieviteranno di dimensione al pari del gradimento della nota bevanda in Italia).

Quando in quegli anni appare una birra sul grande e piccolo schermo c’è sempre un’allusione ad un’ipotetica avventura con la giovane Valchiria di passaggio, spesso turista sulla riviera romagnola… La birra imperversa sulle tavole dei vari film balneari italiani che a parte rari casi (il film l’Ombrellone di Dino Risi, del 1965 in cui in varie occasioni Enrico Maria Salerno, uomo ammogliato in cerca di avventure a Riccione, sorseggia una birra nei vari locali dove si reca in cerca di improbabili avventure) appartengono al cosiddetto filone del musicarello. Dicesi musicarello, genere cinematografico nato in Italia a metà degli anni sessanta, e che ha avuto solo sporadiche imitazioni in Germania e Austria, quel tipo di film ispirato e tratto da un brano musicale di successo del cantante del momento.

I vari Little Tony, Bobby Solo, Gianni Morandi, Gianni Nazzaro, Mal, imperversavano in questo genere di pellicole decisamente surreali e grottesche, con i loro successi e le ambientazioni erano in gran parte di tipo balneare.  Palestra di molti giovani comici dell’epoca (Franco e Ciccio, Rick e Gian, Lucio Flauto) questi film sono spesso stati il corrispettivo maldestro e grottesco di film vacanzieri e balneari – di pura evasione – come quelli di Elvis Presley negli USA, e come in queste opere filmiche, vi erano continue veicolazioni di mode, stili di vita e comportamento, soprattutto alimentare. Mi vengono alla mente film come Stasera mi butto (1968, con un giovane Giancarlo Giannini, professore intento a sedurre Marisa Sania e addirittura Lola Falana) o Cuore Matto, in cui un’orda di giovani Ye-ye, dall’accento romano, abruzzese o campano, sorseggiano continuamente birra sulle varie spiagge della riviera romagnola o della Sardegna. La birra scorre a fiumi in questi film anche se viene mostrata come una bevanda da sagra paesana… Non possiede alcun requisito  di pericolosità sociale. Il primo film italiano in cui, a mia memoria, appare la birra come elemento di perturbazione sociale è quel capolavoro (film peraltro di rottura e distacco da un certo tipo ormai stereotipato di commedia all’italia) che è La ragazza con la pistola (1970) di Mario Monicelli. Quando la giovane siciliana, Monica Vitti, sedotta e abbandonata dal siculo Carlo Giuffrè emigrato a Londra anche per sfuggirle, inizia a cercarlo nei pub inglesi, entriamo per la prima volta – per il cinema italiano – nell’oscurità fumosa della Swinging London di quegli anni. I paradisi alcolici maledetti di una gioventù alla ricerca di se stessa vengono allo scoperto, quando la Vitti cerca di dare aiuto ad un giovane ubriaco che aveva conosciuto il suo uomo in fuga. La birra perde la sua connotazione di bevanda da sagra e conquista un suo status di bevanda pericolosa capace di obnubilare la mente confusa di una generazione.

Stessa oscura immagine della birra viene fuori dall’altro film di quel periodo girato a Londra da Alberto Sordi, Fumo di Londra (1971), in cui il solito cinico personaggio dell’attore romano si confronta con le trasgressioni sessuali e alcoliche della nuova generazione ribelle, uscendone come un piccolo uomo grottesco e ridicolo. In questi due film viene mostrato per la prima volta nel nostro paese l’immaginario del pub nordico spesso affollato da un’umanità autolesionista e ribelle di giovani arrabbiati.

Tornando per un attimo al piccolo schermo, la birra continua ad aumentare la sua presenza negli spot televisivi degli anni settanta: mentre continua l’associazione birra-sessualità (sempre vista in chiave esotica), alcune marche  della suddetta (Heineken, Amstel, Tuborg, ecc…) puntano a costruire un’immagine della bevanda come un prodotto legato ad un universo giovanile urbano dai contorni rock. L’associazione birra-porchetta (da sagra popolare) viene a scindersi a favore di quella birra-amburger (da contesto metropolitano). È innegabile, comunque, che nel panorama  televisivo e cinematografico italiano, la birra continuerà fino ai giorni nostri ad avere un immagine essenzialmente legata al mondo dei bar di provincia e dei locali periferici, dei circoli A.R.C.I e delle piccole taverne di provincia. La birra è ancora adesso ritenuta in Italia,  un prodotto (connotato dai caratteri di affidabilità e amicizia; si pensi all’uomo con i baffi della Birra Moretti…) sinonimo di relazione sociale di certa stucchevole italietta (quella che si unisce durante le partite della Nazionale) fra i giovani di buona volontà - magari appena fuoriusciti da un’intensa attività parrocchiale – o anziani sorridenti e amichevoli – qualche mese prima di essere portati al ricovero dalle rispettive famiglie. L’immaginario dell’uomo medio americano che accanto al barbecue appena acceso per assistere alla finale del Super Bowl, sorseggia una buona birra media, muta solo parzialmente di segno distintivo nel nostro paese, assumendo i contorni dell’italiano medio che si porta una buona birra in bottiglia per festeggiare il primo maggio, sulla montagna vicino alla propria città (nei dintorni della quale si trova spesso una bella discarica…).

Soltanto alla fine degli anni novanta e nel primo decennio del nuovo secolo, si vedrà uno spostamento parziale dell’immaginario della birra, grazie a film di registi della nuova generazione (Soldini, Barzini, Salvatores, Muccino, Lucini) in cui appariranno birrerie-pub alternative piene di giovani radical chic alla ricerca di una propria identità alternativa originale. La birra, contenuta in appositi boccali dai design più innovativi, apparirà nelle mani di una generazione di nuovi rampanti manager o intelletuali che ne tracanneranno alcuni sorsi durante una improvvisata jam session jazz in un pub alternativo (in Italia Germania 4 a 3 di Barzini, ad esempio). Nel film La Febbre con Fabio Volo di Alessandro d’Alatri, il protagonista, addirittura, cercherà di uscire da una banale vita impiegatizia (dopo aver ottenuto il posto in comune mediante una raccomandazione di tipo nepotistico) mediante il sogno impossibile (bloccato dalle  leggi sull’apertura di nuovi locali) di aprire una nuova birreria. Nel sogno, che in pratica conclude il film, sarà addirittura il Presidente della Repubblica (un Arnoldo Foà in una specie di parodia dell’allora Presidente Ciampi) ad entrare in questa fantomatica birreria e ad ordinare una buona birra media, facendo presente al rintronato protagonista come vadano esattamente le cose in Italia.

 




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