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COBI

Impervia nascita di un Consorzio per l'agribirra


02-07-2013
Marco Astracedi

Il Consorzio Italiano di Produttori dell'Orzo e della Birra – COBI – è una delle realtà più interessanti del panorama birraio italiano; in primo luogo perché parliamo di Birra agricola, e soprattutto perché il COBI gestisce uno dei pochi maltifici italiani, il terzo come quantitativo di malto prodotto e certamente il più importante se consideriamo solo il malto di qualità o, se preferite, il malto non destinato alla produzione di birra industriale.

Ad oggi aderiscono al consorzio oltre 90 aziende agricole produttrici d'orzo e in massima parte produttrici anche di birra, sempre di altissima qualità. Il malto prodotto dal COBI serve quindi in massima parte per creare ottima birra, ma non solo, visto che il malto (a seconda delle caratteristiche con cui viene prodotto) può essere usato anche per farine, caffè d'orzo e altro ancora.

 

Ricordiamo che per aderire al marchio Birragricola le aziende produttrici devono rispettare alcune caratteristiche, per le quali rimandiamo all'articolo sulla birra agricola (LINK all'articolo sulla birra agricola e La Cotta).

 

Ma veniamo alla specifico e vedremo come un'idea brillante come la Birragricola e la malteria consortile abbiano trovato una serie continua di ostacoli inaspettati, dovuti in gran parte all'ipertrofico sistema burocratico italiano.

 

Il concetto di Agribirra nasce da una buona idea avuta nel 2003 da Emilio Landi, allora Presidente Regionale Copagri (Confederazione Produttori Agricoli). L'idea sorge all'interno di un progetto della Regione Marche "Cose nuove in agricoltura", ed è semplice come molte cose geniali: come l'uva viene trasformata in vino e commercializzata anche direttamente dall'azienda agricola, altrettanto si può fare altri prodotti agricoli, tra cui l'orzo, producendo e vendendo autonomamente birra! Idea questa che può non essere limitata al solo orzo ma a tutti i prodotti che possono essere lavorati direttamente dall'azienda agricola consentendo, tra le altre cose, di abbreviare la filiera produttore-consumatore.

 

Quest'idea vede subito la preziosa ed entusiastica collaborazione del Prof Rodolfo Santilocchi, attuale Preside della facoltà di Agraria dell'Università Politecnica delle Marche. Dopo un primo incontro, su iniziativa di Emilio Landi, una quarantina di aziende marchigiane danno l’adesione per proseguire nell’approfondimento dell’iniziativa.

Dopo alcuni viaggi e altre iniziative destinate a comprendere i primi precetti legati alla produzione birraia – con un processo formativo che continua ancor oggi – il 13 Maggio del 2003 viene costituita da 25 soci, provenienti da varie parti delle Marche, la Coop. Agr. COBI, con presidente Fabio Giangiacomi (vedi fotogallery), titolare dell'omonima azienda agricola, presso la quale si decise anche di costruire la malteria consortile.

 

Il progetto viene presentato alla Regione Marche e viene approvato il finanziamento per la costruzione di una malteria in grado di produrre 200 quintali di malto a settimana e di una tostatrice, tanto che nell'ottobre 2004 la COBI aveva già in mano l'anticipo, pari a 320.000 Euro, su un importo totale di 1.800.000 Euro finanziato al 40%, con la garanzia della Confidicoop (un intermediario finanziario vigilato da Banca d'Italia).

 

Ecco però subito i primi ostacoli che riguardavano, invece, la realizzazione dei birrifici aziendali. Secondo i funzionari della Regione, non rientrando la "birra" nell'elenco dei prodotti agricoli come enumerati nell’Allegato 1 dell’Art. 32 del Trattato di Roma. Insomma le aziende agricole non possono trasformare il "loro" malto in birra... ma allora che serve la malteria di cui si è ottenuto il finanziamento???

Alla fine si riesce a far accettare il principio (lapalissiano) che la non inclusione della birra nell’allegato 1 del Trattato non significava che la stessa non fosse un prodotto agricolo; ma persistettero resistenze dovute ai soliti cavilli burocratici e fu solo dopo una delibera del del Consiglio Regionale e tre delibere di Giunta che si arriva all’approvazione definitiva della Regione nel 22 Settembre 2005, con la presentazione di un bando diretto alle aziende agricole per la trasformazione diretta dell'orzo in birra (insieme ai cerali che possono finalmente essere direttamente trasformati in pane o pasta, la lana in maglie il legno in mobili...).

Questo porta ad una lenta ma significativa rivoluzione nel mondo della produzione agricola tanto che, dopo i complimenti per l'iniziativa e l'approvazione da parte dell'Unione Europea, anche lo Stato se ne accorge e con un Decreto del Ministero dell'Agricoltura, nel 2010, la birra e altri prodotti "finali" entrano a far parte dell’elenco dei prodotti agricoli che rientrano nella tassazione del solo Reddito Agrario.

 

Quest'anno trascorso in attesa, tra 2004 e 2005, ha portato però una serie di gravi problemi. Nel frattempo, infatti, il prezzo previsto per l'acquisto dell'impianto per la malteria era raddoppiato, essendo nel frattempo triplicato il prezzo dell'acciaio inox e cambiato l'assetto societario dell'azienda a cui il COBI aveva chiesto il preventivo. Si cercano altre ditte e finalmente si trova una ditta tedesca con la quale si può firmare il contratto nell'aprile 2006... Ma, avendo la ditta bisogno di 7 mesi per completare l'impianto, si sarebbe arrivati ben oltre il giugno 2006, data in cui scadevano i termini del bando regionale.

Il CO.BI. chiede una proroga. La parte politica della Regione sarebbe anche disposta ad accordarla, ma i funzionari non vogliono assumersi la responsabilità della decisione. Una soluzione: partecipare ad un nuovo bando, con risorse limitate... Nuovi cavilli burocratici, ed è solo nel l'ottobre 2008 che il Consorzio entra in graduatoria per il finanziamento di 160.000 Euro (a fronte di un investimento complessivo di 600.000 Euro) per un piccolo impianto per la maltazione, sufficiente appena a tamponare il fabbisogno di malto dei aziende allora associate e "farsi le ossa" con la conoscenza del processo di maltazione.

Insomma, nuovamente tempo perso, che è poi causa di ulteriori disagi... I soci ricevevano, infatti, l'ennesima "tegola" burocratica: a quelle aziende che avevano realizzato i birrifici, viene ingiunto di cambiare destinazione d'uso dei locali e di iscriversi alla Camera di Commercio come artigiani (perdendo cioè alcuni vantaggi fiscali propri del regime agricolo). Questo perché non avendo un maltificio consortile, la produzione di birra non poteva rispettare la norma secondo cui la produzione deve avvenire con almeno il 51% di materia prima autoprodotta (70% per poter aderire al marchio Birragricola)... Le grandi malterie italiane o straniere, visto i grandi quantitativi di orzo lavorato, non possono ovviamente consegnare piccoli quantitativi di malto prodotti esclusivamente con l'orzo conferito dal singolo piccolo produttore... Chi lo fa, lo fa solo sulla carta!

Ad un socio che aveva costruito un capannone proprio per il birrificio (quindi ad uso agricolo) il comune gli chiede addirittura di abbattere l’edificio, tutto questo perché non avevano la possibilità di prodursi il proprio malto.

 

Questi anni di attesa, dal 2004 al 2007, portano però anche una sorpresa positiva. Da un incontro quasi casuale viene fuori una proposta da parte della ditta Sfoggia (specializzata in produzione impianti inox per depurazione, per caseifici, cantine…) accompagnata da Enzo Toigo, un anziano ed espertissimo maltatore. Si tratta di un impianto di tipo industriale montato 3 anni prima in Veneto e mai entrato in funzione, capace di una produzione giornaliera di ben 1200 quintali; assolutamente troppo grande per l'esigenze del Consorzio, anche ipotizzando la più ottimistica delle espansioni. Al quel punto Enzo Toigo propone di creare un progetto ad hoc, da realizzare presso la ditta Sfoggia.

Ci si accorda quindi con la ditta Sfoggiatech srl per un impianto di 20-25 quintali di orzo ed il minimo indispensabile per il laboratorio di analisi: nel gennaio del 2009 si riesce finalmente a fare la prima maltazione. Viene anche formato come maltatore, sotto l'esigente guida dell'espertissimo signor Toigo, Emanuele Giangiacomi, il figlio del presidente del CO.BI., nella cui azienda, ricordiamo, ha sede la malteria.

Grazie alla curiosità e all'impegno di Toigo e Emanuele, nonché alla duttilità dell'impianto di maltazione ottimamente progettato, si susseguono una serie di sperimentazioni che portano a creare malto di grandissima qualità e qualità di malto finora inesistenti.

 

Iniziano però ad arrivare beghe burocratiche riguardanti l'utilizzo dell'impianto. Prima una nuova legge regionale per la regimazione delle acque reflue: un funzionario blocca la produzione fino a che il COBI non si fosse regolarizzato, senza che nessuno, però, e per ben 8 mesi, sapesse dare indicazioni precise su cosa andasse fatto! Segue poi la nuova disposizione antincendio, a cui i funzionari della Regione vuole che la malteria si assogetti nonostante le limitate calorie utilizzate nell'impianto… Insomma un altro anno perso.

A questi problemi si aggiungono gli intoppi con le Banche, a partire dal 2009. Il rinnovo delle cambiali a sarebbe dovuto essere automatico, in vista del arrivo dei soldi del contributo regionale ma – vuoi per una diversa politica dei vertici delle banche con cui si erano intrapresi i rapporti o per l'arrivo della crisi – le banche esigono ulteriori garanzie, con un'infinità di nuove documentazioni da fornire.

 

Tutto questo per dire come le infinite pastoie burocratiche – sia che si parli dello Stato, degli Enti locali o del sistema bancario – a cui sono sottoposte tutte le aziende italiane, sono un ostacolo veramente formidabile che si riesce a superare sono con passione e una determinazione che sfiora la testardaggine.

 

Cogliamo l'occasione per ribadire il concetto ricordando il caso del birrificio siciliano Yblon, che aveva costruito un piccolo impianto pilota (cotte da 15/20 litri), indispensabile per fare sperimentare le proprie ricette ma assolutamente insufficiente per la minima produzione commercializzabile, tanto che le prime bottiglie destinate alla commercializzazione vengono prodotte in un altro birrificio. Nonostante ciò l'Agenzia di Dogana di Siracusa, con l'accusa di produzione clandestina, nel 2011 sequestra tutte le attrezzature, l'impianto pilota e l'impianto vero e proprio ancora in costruzione, nonché l'intero immobile e lo stock di bottiglie prodotte nel birrificio partner. E tutto ciò nonostante lo stesso funzionario della Dogana avesse stabilito che il proprietario stesso solo facendo delle prove (cioè non produzioni clandestine). Dopo due anni, la notizia è di pochi mesi fa, arriva la sentenza con la totale assoluzione degli imputati perché il fatto non sussiste.

Nei due anni trascorsi, però, il danno economico è stato colossale: con il sequestro delle bottiglie prodotte e l'impossibilità di avviare la produzione non ci sono stati assolutamente introiti, mentre tra avvocati, mutui e altro ancora, sono state insopportabili le uscite, tanto che i ragazzi del birrificio saranno probabilmente destinati a chiudere in una cassetto il loro sogno per sempre.

 

Il COBI, fortunatamente, grazie alla tenacia del presidente Fabio Giangiacomi e degli altri soci, è riuscito a superare tutti gli ostacoli che finora gli si sono posti davanti, sia pure con difficoltà e grande ritardo, cosa che si traduce, chiaramente, in perdita economica e non solo di tempo.

Recentemente l’iniziativa è stata aperta alle aziende di tutta Italia, e non solo delle Marche, per due motivi: un maggior quantitativo di orzo consente di fare un'adeguata selezione qualitativa del prodotto anche in quelle annate dove in certe aree, a causa di problemi climatici, la produzione è stata scarsa o di cattiva qualità. L'altro motivo è dato dall’anello più delicato della filiera, cioè la malteria, sia per la gestione dei costi, sia per la qualità del prodotto. Sottolineiamo che la produzione di malto di qualità (come richiesto dai birrifici "artigianali" associati) richiede più tempo che nella produzione di tipo industriale, specie se si vogliono creare malti "speciali", e quindi l'impianto ha un minor rateo produttivo rispetto agli impianti concorrenti.

L'odierno impianto di maltazione, però, ha già raggiunto i suoi limiti quantitativi, essendo appena sufficiente alle esigenze dei birrifici agricoli già associati.

Con una prospettiva di crescita, si ha quindi in progetto un nuovo impianto per la produzione di 500/600 quintali a settimana, comprendente un ampio complesso di stoccaggio (addirittura 54 silos) per la prima selezione dell'orzo e degli altri cereali maltabili. Con questo impianto, che prevede un investimento complessivo di 7.000.000 Euro, si potranno raggiungere prezzi competitivi, equiparabili a quelli di altre grandi malterie italiane e straniere.

Questo progetto vede oggi i suoi primi passi e, quasi consequenzialmente, ha visto anche i primi intralci che vengono e verranno superati uno a uno, solo grazie alla solita pazienza e determinazione.




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