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La Birra nell置niverso cinematografico americano

Birra e cinema


01-05-2013
Antonio Lucarini

birra e cinema

La birra, in molta filmografia statunitense, ha fin dagli anni 20 (dal cinema di John Ford a molte pellicole di Frank Capra) assunto un ruolo centrale nella definizione di alcuni fondamentali miti dell’immaginario e della mitologia del consumo nord americano. Sia la sigaretta che vari tipi di liquori, andavano erano elementi necessari per l’individuo per adeguarsi alla vita nella grande città ed in effetti non c’è attore importante degli anni 30/40/50, da Bogart, a Wayne, da William Holden a Spencer Tracy e Clark Gable, che non sia stato identificato con la tipologia del bevitore e del fumatore attraente e dominante. La birra, invece, in quel periodo veniva sempre usata nel cinema come un elemento legato ad una vita provinciale e campagnola, o meglio, era un elemento country. Alla birra veniva quasi sempre associato il concetto di autenticità e semplicità della vita rurale.

Ad esempio, nei film di Ford la birra assumeva il ruolo di bevanda iniziatica del nuovo dominatore del mondo selvaggio, il CowBoy, attribuendogli un fascino assoluto; una specie di liquore salvifico nella conquista di un nuovo Graal materialistico-egoico. Dopo un sorso di birra, era quasi naturale per un cowboy andare all’attacco di un villaggio indiano, sparare agli indigeni indifesi o possedere con violenza le loro donne più belle.

Il cinema americano è sempre stato un abile costruttore di stili di vita e comportamenti. La birra è stato uno dei miti di consumo che autorizzava tutto questo, e nei film in cui si parlava di self made man (si pensi ai vari ruoli di James Stewart non solo nel cinema di Capra, ma anche in quello di Wyler), la birra assumeva il ruolo di bevanda semplice e genuina che rendeva il personaggio che ne assumeva modiche quantità, simpatico, vero e semplice. La birra era in antitesi con il Wisky, bevanda assai più inquietante, che invece era usata come corroborante per i massacri dei gangsters nei film con James Cagney, o come elemento che giustificava la caduta e la perdizione di uomini e donne allo sbando nelle varie metropoli (si pensi alla funzione del Bourbon nel cinema noir: non c’è dark lady che non ne abbia bevuto almeno un sorso nei vari Detour, La fiamma del peccato, Sunset Boulevard).

In un progressivo spostamento di miti e valori, ritroviamo la birra all’interno del cinema americano degli anni 70 e 80, in una funzione leggermente diversa. Il genere Western e quello country ormai sono in crisi e spesso la birra viene bevuta dai protagonisti di un cinema nuovo e impegnato con tematiche sociali (quello di Sidney Pollack, di Alan J. Papula, di Sidney Lumet). La birra diventa una bevanda tipica del giornalista che sta per scoprire congiure e complotti politici. Ne bevono sorsate abbondanti Robert Redford e Dustin Hofman in Tutti gli uomini del Presidente mentre indagano sullo scandalo Watergate, o Warren Betty in Perché un assassinio (Parallex Wiev) mentre indaga nel cuore nero della politica Americana. Ne tracanna nervosi sorsi anche l’investigatore privato protagonista di La Conversazione di Coppola, mentre ascolta i dialoghi privati di un futuro assassino e di una futura vittima, tramite sofisticati apparati di riproduzione audio. Ne assume dosi industriali Al Pacino in Serpico, in Cruising e in Quel pomeriggio di un giorno da cani, mentre indaga su complotti all’interno della polizia, del mondo dei gay, o rapina una banca. Nelle serie Tv poliziesche americane, poi, la birra non manca mai.

Il tenente Colombo la beve spesso ogni volta che risolve un caso come fosse un premio, e Starsky ed Hutch ne fanno la loro bevanda preferita. Ritroviamo la birra, nella sua funzione di elemento legato ad un mondo rurale e genuino, nel Cavaliere elettrico di Pollack, dove Redford disegna la figura triste e malinconica di un cowboy, ormai non più imperatore del selvaggio west ma diventato grottesca maschera in spot pubblicitari, con un vestito pieno di lampadine e luci colorate. La sua birra, che beve nei momenti di più acuta disperazione, non è più il simbolo di una genuinità rurale ormai perduta ma quasi di uno scollamento della nuova realtà con il suo passato.

Se rimane nell’assunzione di una lattina di birra un certo fascino legato alla virilità maschile (che ha sempre la sua origine nel mondo del Selvaggio West), questo è sempre più sbiadito. Forse solo in certo cinema goliardico, sporcaccione e maleducato degli anni 80/90, in film come Animal House di Landis, la birra ritrova il suo ruolo di bevanda iniziatica che apre al giovane americano i paradisi del sesso e della vita consumistica. In tutto il genere legato ai college americani (si pensi a film di John Hughes come Pretty in the Pink, Sixteen Candles o Una pazza giornata di vacanza) la birra dà coraggio ai vari protagonisti, che hanno paura di non essere accettati nelle varie congreghe studentesche, o di non essere pronti al primo rapporto con la prima squinzia di turno.

Citerei poi l’uso che della birra fa in molti dei suoi film David Lynch. In Velluto Blu, il giovane protagonista, alla scoperta degli orrori e delle violenze che si nascondono in un piccolo universo (apparentemente paradisiaco) della provincia americana, beve birra ogni qualvolta vuol darsi coraggio per entrare in questi inquietanti mondi. Quando Kayle Maclaclhan assiste alla prima esibizione della cantante Dark Isabella Rossellini, beve assieme a Sandy (la sua futura ragazza borghese stereotipata) una Budwaiser.

Dice a Sandy che è la migliore delle birre, quella che più rappresenta il mondo maschilista americano. In Fuoco cammina con me (e anche in molte delle puntate di Twin Picks) la birra è l’elemento scatenante della sessualità di ninfette provinciali che fanno una vita apparentemente irreprensibile. Come tutte le personalità artistiche geniali ed eversive, Lynch usa la birra come nel noir si usava il Bourbon. La birra non assume più su di sé elementi di genuinità e semplicità provinciale, al contrario diventa una specie di elemento detonante nella vita delle giovani ragazze americane di provincia, un liquido quasi infernale che ne tira fuori gli aspetti più autodistruttivi. A questo proposito basterà rivedersi la terrificante scena di Fuoco Cammina con me, quando una Laura Palmer e una Dana, assai più perverse, ninfomani e malate rispetto a com’erano in Twin Picks, partecipano ad un’orgia con il laido e grassoccio gestore di un locale notturno e due camionisti di passaggio. I tre uomini si accoppiano con furore con le due giovani, passandosi lattine di birra e ruttando con fragore, in un crescendo dionisiaco davvero spaventoso. Assieme al mito della birra (in quando simbolo di purezza e tenuità provinciale) Lynch distrugge la stessa immagine codificata della vita della provincia americana, la cui vera natura è intrisa di violenza, prevaricazione e perversione. Lynch ci mostra in questi suoi film eccessivi (e citerei anche e soprattutto Strade Perdute e Mullholland Drive) le due diverse facce dell’America: quella dolciastra e paradisiaca con cui essa si auto-rappresenta nel cinema, e quella laida e furente che spesso è quella più reale… e la birra, in questo contesto è la bevanda di riferimento, è il nettare degli dei di un mondo pornografico, egoico e senza speranza.




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