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Birre americane seconda guerra mondiale

U.S. PROPERTY… DO NOT RETURN… e la bevevano proprio tutti…


01-05-2013
Francesco Giovagnoli

Montefano, 30 giugno 1944

Credo fosse di venerdì, l’ordine del giorno era il solito, manutenzione ordinaria degli automezzi… per fortuna domenica era vicina; imprecavo ogni qual volta un bullone non voleva mollare la presa e ce ne sono di bulloni da convincere ad arrendersi. Il parco mezzi è a sud del paese, zona protetta dal tiro diretto dell’artiglieria tedesca, dove i carri allineati sembrano figli di un’antica centuria romana a riposo, con gli scudi appoggiati a terra ma rivolti tutti nella stessa direzione, in attesa di un ordine, uno qualsiasi. Il fronte è fermo, il nemico a pochi chilometri attestato su colline uguali alle nostre, la solita valle in mezzo, terra di nessuno, terra di tutti. Anche il caldo lì è lo stesso di tutti, così come la polvere e le mosche. Sgt. James. P. Bax - U.S. Army - 36153816 - 0 - Protestant - aggregato alla I divisione polacca “Kresowa”, tutto come appare dal nome inciso a rilievo sulla piastrina metallicamag00/7/b1.jpg  che mi ciondola al collo appena al di fuori della camicia sbottonata. Non mi piacciono le presentazioni e di solito mi dimentico di farle o le faccio a modo mio. Sono solo le 10.00 di mattina e l’aria è irrespirabile chiusa in gabbia dentro quattro lamiere di ferro, quando un colpetto alla spalla mi distrae dal lavoro. È Jaceck, fuciliere della I compagnia, alzo subito lo sguardo ma se ne è già andato, al suo posto una birra mi appare in controluce, in un riflesso accecante, una raggiante bottiglia di birra rosso fuoco e due sigarette che non smettono di cadere. Anche oggi i miei amicimag00/7/b2.jpg hanno vinto al gioco due casse di bionda sottratte al magazzino della sussistenza. La birra calda che continua a cuocersi sulle lamiere, di vetro arancio scuro, con la bella etichetta in carta stampata che mi ricorda sempre casa, il luogo più bello del mondo… Il mio vecchio usa metterla in un secchio ricolmo di ghiaccio, tra il dondolo e Jack, il suo fedele cane, tutto tranne che di razza. È così che si deve tenere una birra, per mandare giù il freddo in gola fino ai piedi. È quello che faccio con la mia, via il tappo con un gesto preciso di chiave, come se fosse il bullone di prima e giù il primo sorso in gola insieme a polvere al desiderio di casa, al desiderio d’America, al desiderio infinito della mia Lucy… Questi i miei convulsi pensieri rimangono aggrappati, solo per un istante, ad un gesto, timorosi di scivolare via da dentro la bottiglia giù giù fino al cuore.

 

Jesi, 30 marzo 2013

Seduto davanti al mio Mac, mi sono immaginato cosa provasse quel soldato statunitense di venti anni, a chissà quante leghe da casa in terra straniera, a soli venti di chilometri dalla mia scrivania ma a decenni di distanza. E tutto questo solo perché, da buon appassionato di storia e di cimeli, mi sono capitate tra le mani alcune bottiglie di vetro bianco opalescente e arancio ruggine di varie forme, che ho amorevolmente raccolto e riposto in un angolo di casa in compagnia di altre amichemag00/7/b3.jpg. Alle 10 di ogni giornata di sole un caldo raggio le trafigge dando vita a vivi riflessi di forme e colori che danzano e chiacchierano fino alle 11 o alle 11.15, poi di nuovo il silenzio.

Ne avranno di cose da raccontarsi, come tutti gli oggetti che hanno una storia vissuta, oggetti sopravvissuti al tempo, dimenticati o riutilizzati che siano, comunque unici e vivi e non per loro volontà.

Io raccolgo con cura, amorevolmente come un bimbo fa con un uccellino caduto da un nido,

tutto quello che mi chiama, che mi urla all’orecchio «Ehi! Tu riesci a sentirmi?» Allora mi giro e provvedo, come il bimbo, a dargli nuova casa e tutto il necessario. Da quel momento in poi faremo ancora un po' di strada insieme da buoni amici ritrovati, e magari chissà parlerà poi anche di me ad altri.

Ma ritorniamo alle 10, alla finestra, a sabato. Sono lì ad ammirarle, come fossero di nuovo in posa per un nuovo quadro di Giorgio Morandi, ne alzo una e sono attratto dal codice a rilievo del fondo 8565-A; il numero 8; un logo con l’icona di un’ancora sormontata dalla lettera H; il numero 45 e quello isolato in fondo il 43mag00/7/b4.jpg. Devo saperne di più e chiedo ad un amico…

Le mie bottiglie sono tutte di birra, il numero a due cifre sulla destra è la data di produzione, l’ancora è il logo del produttore della bottiglia in vetro: Anchor Hocking Glass Company, il resto un codice che ne identifica il lotto. Sono tutte americanemag00/7/b5.jpg, prodotte oltremare negli Stati Uniti, prodotte esclusivamente per l’Esercito americano, e dai nomi in etichetta mitologici: Indian Head Beer, Fort Pitt, ecc. ed inviate in tutti i fronti di guerra, insieme a quelle della più famosa Coca Colamag00/7/b6.jpg. Ma questo lo sapevate già, le bottiglie di Cola e il loro logo sono ormai un immagine cult dei nostri tempi, anche loro con contratti di appalto per l’esercito, e sorelle maggiori delle altre, di solito sbarcavano prima degli stessi soldati.

 

Ma quelle di birra? Hanno forma più anonima mag00/7/b7.jpg, e di solito rimane solo il codice a barre criptato sul fondo, indecifrabile per molti. La bella etichetta di carta se n’è andata già da tempo in quasi tutte quelle riutilizzate dai nostri nonni, magari per metterci la conserva e poi bollirle sul fuoco una giornata intera per farle mantenere per un intero nuovo anno. Allora addio bell’etichetta! Poi via di nuovo in dispensa per farne chissà che. Comunque e ovunque servono ancora il nuovo padrone e di sicuro con un nuovo tappo, che se non è stato raccolto da un ragazzino e finito in soffitta insieme al sacchetto delle palline in pasta, addio anche lui…

 

Ma perché a qualcuno, quello con più stelle di tutti sulle spalline, è venuto in mente di fornire a dei soldati al fronte birra o cola a volontà? Con quello che costa la guerra non credete sia una sprecheria? Perché allora anche oggi è così? Mano al telecomando, accendete ora la tv ed osservate con un occhio meno superficiale film, documentari, notiziari… Seconda Guerra Mondiale, Corea, Vietnam, e su su fino all’Iraq, l’Afganistan ed oltre (con questo termine “ed oltre” mi permetto di citare Buzz Lightyearmag00/7/b8.jpg, lo Space Ranger di Toy Story, anche lui supereroe americano che non riusciva a vedersi di plastica). I soldati nelle pause o a mensa sorseggiano birra, la bevanda di questo secolo e di quelli precedenti, e si riprendono il tempo perduto, non si sentono più né soli né tantomeno abbandonati. Lo Stato, in quanto comunità, è lì insieme a loro, un semplice oggetto onnipresente diventa simbolo di forza, potenza e volontà superiore. È in fondo madre consolatrice, colei che ti ascolta e che non ti tradirà mai; è, in una parola, “il primo latte”. E il nemico? Semplicemente non se lo può permettere, non è lui quello con la bottiglia in mano, non è lui quello che può avere un bene di lusso in uno scenario dove di solito manca tutto, figuriamoci il superfluo, e quindi chi credete che sarà il vincitore? Quello con la bottiglia in manomag00/7/b9.jpg o quello senza? La risposta è scontata solo per chi di professione svolge l’attività di “strizzacervelli” e guadagna vendendo consulenze. Ma alla fine, darsi una risposta è così importante? So di per certo che, alla fine, sopravvive solo l’oggetto che è l’unico che acquista una sua immortalità ed in effetti vince.

Scavando in tutti i teatri di guerra troviamo prove di quanto narrato. Bottiglie di birra in vetro, bottiglie di birra in metallo litografato (bellissime!) e casse in legno con logo grafico impresso a caldo e sistemi interni di contenimento ben progettati per preservarne il prezioso contenuto come fossero veri e propri forzieri. Tutti oggetti unici che sussurrano o urlano all’orecchio: « Non sei curioso? Non ti piaccio nemmeno un po’? E dai! Avvicinati di più che ti racconto una fiaba »…

Ciascuno di noi deciderà – incontrando quando meno se lo aspetta una vecchia e polverosa bottiglia  mag00/7/b10.jpg – e deciderà in maniera cosciente o meno, cosa fare se cambiare la storia o se lasciare tutto così com’è; in fin dei conti è facile, è come passare una mano a carte, o rilanciare e vincere tutto, o stare a guardare dal di fuori del tavolo. La verità è che è tutto soltanto un gioco.




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