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Brasserie Letteraria:

MA ALLA FINE, COSA RIMANE?


08-10-2014
di Gianluca Fiorentino

“Siediti in silenzio e contempla lo scorrere del tempo, non ci sono parole che eguagliano il vuoto, non ci sono bevande che dissetano l’anima ma effimeri giochi che distolgono l’attenzione.”

 

Carlo rideva guidando e pensando alle donne, era distratto quella mattina, si era svegliato così e non poteva farci nulla, non voleva farci nulla, non è facile in fondo svegliarsi di per sé  già felici senza motivo apparente, allora tanto vale sorridere e guidare.

Fermo nel traffico di una città un po’ buia e sempre troppo caotica decise di tirar su le lenti da sole, inutili oggi, e fu uno choc notare il grande cartello pubblicitario sul palazzo accanto al semaforo, alto, grande, enorme direi, nero, completamente nero, una grande e spropositata finestra che affacciava sulla vita dei passanti.

“Strano” pensò, sarà in preparazione, il lancio di un qualche nuovo prodotto, mai notato un cartello così anonimo, la città cambia, il mondo cambia, la pubblicità non è da meno, “Saremo tutti pubblicità, saremo tutti il domani tra un pò”, pensò stupidamente. 

Mise la marcia e continuò il tragitto fino al lavoro, distratto nuovamente da sub traffico e belle donne con tacchi vertiginosi e labbra di plastica, la giornata sembrava di quelle che riescono a dare un senso a cose che un senso non lo hanno, una finzione posta davanti ad una realtà acerba e sconveniente.

Ore diciotto, per oggi basta, si scende in un ascensore affollato di volti e profumi, poi fuori l’aria umida della sera, i lampioni che iniziano a schiarire pian piano il grigiore dei muri senza giorno, insegne, musica, motori e parole, “Ho voglia di una birra”, disse a bassa voce Carlo.

Dentro, il bar era stranamente vuoto per essere un aperitivo time, non ci fece, però, caso più di tanto, perché la barman in compenso era di quelle che quando entri vorresti essere solo tu e lei nudi su un enorme letto bohemien; un unico avventore era seduto su uno sgabello di fronte al lungo bancone, scena da american movie, luci soffuse, tv con partita di baseball e pubblicità al neon di birre in vetro, niente a che fare con Milano o l’Italia in generale, fuori dalle grandi vetrine potevi immaginare, guardando, la nebbiolina venir su dai tombini ed i clacson dei taxi mentre i grattaceli incupivano dall’alto i pedoni sulle strisce.

L’unico avventore, dicevamo, sembrava più un’ombra che un cristiano, quasi un uccello appollaiato su di un trespolo, naso aquilino e occhi vacui, abbigliamento demodé, dandy e forse un po’ liso, era assorto in un pensiero ed una birra, ma sembrava aspettasse qualcuno, sembrava attendesse qualcosa.

Carlo quasi si era pentito di essere entrato, ma aveva molta sete e la voglia di una birra fredda era come il richiamo di una sirena sullo scoglio più inoffensivo di un mare calmo e pacato. Sbagliava, ma ancora non lo sapeva. Nessuno sa mai, prima di un errore, che sbaglierà, perché la vita non si fa mettendo in colonna i giorni e tirando le somme con un app del telefono; forse quella che è passata ma sicuramente non quella che verrà.

Prese coraggio e guardando le tette della barman ordinò una bionda di una marca che non conosceva ma che sembrava ammiccargli dalla pubblicità sul muro, dietro quelle enormi tette, il primo sorso fu goduria pura, il secondo estasi, il terzo fu sospeso da una domanda “Ti piacerebbe sapere cosa succederà domani?”, “Dico a te, dico seriamente”, un attimo fu lungo come un’ora e Carlo quasi si strozzò con quel liquido fresco e gasato, poi un tarlo forò il suo subconscio fino ad arrivare alla domanda del tizio che era scesa veloce dentro di lui, “A chi non piacerebbe?”, “A me no, però a tanti, in effetti, piacerebbe. A te?“. Silenzio, Carlo stette un attimo a rigirare la bottiglia di birra tra le dita e poi guardò il tipo in volto, era di un biancore cadaverico ma allo stesso tempo sembrava che dentro, dietro la sua pelle scorresse lava incandescente, come quando bambino ponevi una lampadina accesa nel pugno chiuso, i suoi occhi prima vacui erano ora di un verde acceso e brillante, se era un uomo era molto bello ed affascinante, se fosse stato una donna Carlo sarebbe stato perduto. Si perse.

Un attimo, fu un attimo e Carlo sorrise, il tipo allora gli toccò una mano poi la strinse e gli donò una visione, quel che vide il nostro Carlo lo sa tutt’ora solo lui, ma quel che sappiamo noi è che da quel giorno Carlo cammina da solo per la sua città, notte e giorno, non si ferma mai, nessuno lo vede più, nessuno lo ascolta, tanto lui non parla, o se lo fa è solo quando entra in un bar e chiede una birra, nove su dieci viene accontentato, allora si siede su uno sgabello e come un ombra attende il prossimo avventore, poi fa la domanda “Ti piacerebbe sapere cosa succederà domani? “, un gioco, un terribile gioco, il Diavolo beve birra e gioca con gli uomini quando si annoia, questo mondo oramai è suo e non sa che farsene.

Intanto lontano ha scritto su quell’enorme cartellone la sua beffa, ora passando chi alza la testa scorge delle grandi lettere rosse che dicono “Ma alla fine cosa rimane?”.

 

Io per sicurezza non bevo birra con chi non conosco, mai.




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