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Figurine che profumano di malto

La birra spiegata ai bambini, e non solo.


08-10-2014
di Giorgio Perlini

Qualcuno ha detto che le figurine Liebig sono state la prima enciclopedia illustrata per ragazzi. In effetti la strategia pubblicitaria della ditta si rivelò vincente e duratura (126 anni, dal 1875 al 2001, per un totale di 1878 serie - la maggior parte delle quali edite in cinque lingue – la cui successione fu interrotta solo in corrispondenza dei due conflitti mondiali) da contemplare, dopo la fase accattivante del divertissement iconografico, una molteplicità di serie didattiche la cui celebrità supera di gran lunga quella dell’estratto di carne che dovevano reclamizzare. In verità l’esordio era stato sobrio, monocromatico ed autocelebrativo, con una serie di dodici figurine relative agli stabilimenti della ditta Liebig a Fray Bentos in Uruguay. Ma già dalla terza serie, Fanciulle, ci si era spostati su territori più leggiadri. Con la serie n.52, Soggetti di storia sacra I, iniziò timidamente un intento didattico che sarebbe diventato in pochi anni il fulcro intorno al quale ruotavano tutte le figurine. Quelle immagini ebbero il compito di rallegrare l’apprendimento, poiché, si sa, non sempre il divertimento risiede nell’argomento trattato, anche se a volte le serie venivano studiate appositamente per risultare amene (Corse e tornei, Maschere italiane, Ombre con le dita, La magia volgarizzata, Le sette meraviglie del mondo, Feste nell’evo antico, Fisica divertente, I trucchi del cinematografo). 

La serie di cui parleremo in questa sede è la n.1066, Storia della birra, edita nel 1913. Si compone, come quasi tutte le serie, di sei figurine, illustrate sulla fronte e descritte sul retro (dove vengono anche decantate le proprietà dell’estratto di carne Liebig a mo’ di panacea). Il titolo della prima immagine riporta Preparazione della birra per mezzo di pietre riscaldate, all’epoca preistorica. Ora, uno dei motivi di interesse di questi ephemera è costituito dalla testimonianza che essi lasciano sul modo di interpretare un passato più o meno remoto nel momento storico in cui sono stati realizzati; in questo caso è buffa la visualizzazione di un’età della pietra in cui accanto a uomini vestiti di pelliccia figura un personaggio con calzari, maglia a maniche corte, cinturone, bracciale ed elmo con corna alla vichinga. E più curiosa ancora è la seconda figurina, La birra presso gli antichi egiziani, di cui vale la pena citare letteralmente ciò che è scritto a tergo: “L’antico Egitto era il paese della birra come lo è la Baviera ai dì nostri. Non sappiamo con quale processo veniva tale bevanda fabbricata nel paese dei Faraoni, nondimeno, secondo antichi affreschi, sembra fosse molto forte, giacché quelle remote produzioni ci mostrano dei consumatori straordinariamente…commossi. Ed a giudicare dai recipienti che figurano nella nostra cromolitografia, i nostri bevitori, che eransi appena seduti, dovevano vuotare la loro coppa un numero di volte abbastanza rispettabile”. L’autore della didascalia è evidentemente a conoscenza del fatto che molte civiltà del passato consideravano l’ebbrezza uno stato di coscienza privilegiato per entrare in contatto con le divinità; sembra che anche l’Egitto avesse una divinità sovrintendente allo stordimento da alcool, la dea Hator. E’ divertente però il tono ironico con cui il copywriter descrive la scena, conferendo peraltro all’illustratore un’autonomia che egli senz’altro non aveva. I disegnatori infatti venivano chiamati ad eseguire lavori in cui erano obbligati a seguire delle direttive. Le informazioni di cui essi disponevano negli anni Dieci erano decisamente limitate e chi si prendeva certe libertà (si osservi il personaggio dietro al tavolo, con barba e capelli alla babilonese)  lo faceva per ingenuità, non certo per arrogarsi un diritto. Con la figurina n.3 si torna ai Germani. La storia di Aegir birraio ed anfitrione viene narrata sul retro, citando Thor, Tyr, Hymir e Gambrinus. Aegir è dio dei mari e birraio ed “ è indubbiamente logico di scorgere nel serbatoio di Aegir il simbolo del letto marino”, così il precedente tono faceto ritorna sui parametri seriosi della didattica. Ed anche in questa circostanza il disegnatore non può aver introdotto i coralli e le conchiglie sua sponte bensì su suggerimento erudito; perfino il trono di Odino con le teste di lupo laterali su cui sono appollaiati i corvi Huginn e Muninn è la citazione di precedenti iconografie. 

La storia prosegue con la figurina n.4, Birreria del 17° secolo, dove si racconta che “Senza risalire fino a Rabelais, è pur accertato che i monaci furono sempre giusti estimatori delle buone bibite. Ad essi devesi l’invenzione dello sciampagna e di non pochi prelibati liquori. In Germania si fecero birrai, e parecchie grandi marche moderne vanno superbe della loro origine monacale. Fu senza dubbio in una birreria claustrale che ebbe luogo la prima aggiunta del luppolo al malto (…)”. La scelta della scena “di genere”, ispirata più a stampe popolari che a maestri come Bruegel e Bosch, ritorna anche nella figurina successiva Vecchia birreria di corte – Hofbrauhaus – a Monaco, verso il 1830 in cui “(…) la nostra vignetta riproduce il cortile di quella famosa birreria poco dopo la sua apertura; come vedesi, fin da quell’epoca essa aveva una buona clientela”. Sebbene le figurine Liebig non vennero mai realizzate per il mercato inglese, l’ultima immagine si intitola Birreria londinese al 18° secolo, e dal retro apprendiamo che “(…) In Inghilterra si fabbricano parecchie qualità di birra; generalmente sono preferite le birre forti note sotto il nome di “porter”. Le birre inglesi sono preparate col processo dell’”alta fermentazione” e contengono, oltre i soliti ingredienti, una certa dose di zucchero: desse si conservano più a lungo delle altre (…)”, quasi a suggerire che il self control insito nel popolo britannico fa sì che il consumo, a differenza di quanto accade con lo smodato popolo tedesco, sia morigerato. Ed infatti anche l’illustrazione risulta statica e meno pittoresca delle altre, con la raffigurazione di lavoratori coscienziosi e compassati. 

Ecco dunque come le figurine Liebig, che trattarono veramente di tutto, dalla storia del merletto  alla lirica, dai funghi alle costellazioni, dai rebus alle frasi celebri di Schiller, dalla balistica alle solanee) poterono, nel loro essere didatticamente enciclopediche, proporre anche ai giovanissimi un argomento come la birra, da cui furono naturalmente esclusi nel marketing, nella pubblicità, nell’invenzione di gadget. Nelle figurine non c’era nessun invito al consumo bensì un racconto storico di come il prodotto giungeva dall’antichità fino al presente. 

Se è degna di interesse l’analisi iconografica, altrettanto appassionante è lo studio del processo tecnico con cui queste immagini venivano prodotte. Dal punto di vista prettamente artistico questa serie non è tra le più belle ma, punto di forza di tutte le figurine Liebig, i colori con cui appare ancora oggi, a distanza di cento anni dalla stampa, posseggono una brillantezza straordinaria. Il merito è del processo cromolitografico e dell’abilità e pazienza con cui i litografi lavoravano, arrivando a sovrapporre fino a dodici passaggi di colore (più le dorature, quando presenti), per ogni immagine. Si cominciava con il levigare con la pietra pomice una lastra di calcare di grana sottile, il più pregiato dei quali era quello proveniente dal giacimento bavarese di Solnhofen; la lastra era spessa circa dieci centimetri e su di essa veniva copiata con inchiostro grasso l’immagine precedentemente realizzata su carta, a colori, da un disegnatore professionista. Quest’immagine doveva essere riportata invertendo il lato destro con quello sinistro e senza chiaroscuro, traducendola in un disegno puro di linea uniforme. Dopo aver tracciato il disegno la lastra veniva trattata con una soluzione acidulata di talco, gomma arabica ed acido nitrico; a questo punto la pietra non era più in grado di assorbire grassi ma soltanto acqua. Data l’incompatibilità delle due sostanze, bagnando la matrice e poi inchiostrandola per mezzo di un rullo in gomma, l’inchiostro grasso aderiva soltanto in corrispondenza del disegno, ritirandosi dal resto della superficie. A quel punto la pietra, con adagiato sopra il foglio da stampa, veniva fatta passare sotto ad una pressa, trasferendo il primo strato di colore. Il lavoro procedeva per successivi passaggi, uno per ogni colore scelto, dalla cui sovrapposizione combinata – si partiva con toni leggeri per giungere a quelli più scuri, solitamente evitando il nero pieno, usato solo per le parti scritte - scaturiva la gamma finale. Dunque il medesimo disegno doveva essere riprodotto su tutte le pietre utilizzate (una per ogni colore) variando però le zone da inchiostrare. Dopo l’esecuzione manuale di varie prove di stampa si passava alla tiratura finale ottenuta con macchine rotative, da cui uscivano grandi fogli messi ad asciugare e poi tagliati ricavando le figurine. Caratteristica di questa tecnica è la resa dell’immagine finale a puntini, che rendono un bell’effetto di vibrazione luminosa, proprio come nei dipinti di George Seurat. Nello specifico delle figurine Liebig le lastre litografiche riportavano tutte le sei figurine, e le immagini venivano solitamente cancellate al termine della stampa così da poter utilizzare la stessa pietra più volte. 

Non è difficile allora capire perché queste figurine siano così amate ed ambite; essere non solo sono affettivamente piazzate nelle memoria di molti, non solo raggiungono valore stratosferico quando il grado di rarità è altissimo (28.000 Euro per la prima serie completa) ma costituiscono un oggetto di studio in quanto nodo nevralgico dove si intrecciano sociologia, storia e sua interpretazione, pedagogia, didattica, politica e marketing, il tutto reso attraverso una tecnica di stampa straordinaria, allora popolare ed ormai relegata ad uno stretto ambito artistico.




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