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Brasserie letteraria:

Birra, bionda, tempo, sorrisi, ricordi, amaro, un'arachide liscia e stupida.


04-05-2014
di Gianluca Fiorentino
birra noir

C’è un omino piccolo piccolo in coda dietro tante persone grandi e ingombranti, lui no, aspetta il suo turno, gli sportelli sono tutti presi d’assalto da pensionati e vecchi in generale con una riserva di gente sconosciuta che non parla nemmeno la nostra lingua, la mia e quella dei vecchi, ma che sembra sempre indaffarata a spostare, spedire,e ritirare denaro, gli stessi che poi il nostro governo deve aiutare a campare, loro, è Lunedì mattina fa caldo, ho sete e….ed io ho sempre sognato di rapinare un ufficio postale.

L’omino risale pian piano l’onda ottuagenaria e si avvicina sempre più al punto di non ritorno,dove o prendi o dai, è sudato, sembra nervoso, magari è una impressione, la mia impressione, ho caldo, molto caldo, qui dentro si soffoca e c’è anche odore di paesi lontani che non voglio visitare, vorrei una birra, anzi due.

Un brusio e passi sul linoleum che scompaiono negli ultimi metri di moquette, ci sono telefoni che squillano e contante che fruscia tra mani veloci, i cassieri sono dei prestigiatori miopi, dei contabili insofferenti, a loro quel denaro non serve, a fine mese puntuale ne arriva altro e va bene così.

Io mi guardo ancora attorno perché penso sia ora di uscire dalla coda, ho ancora sete e la birra di prima la berrei volentieri, magari seduto su una di quelle comode poltrone in pelle laggiù.

Ne vorrei una anche io,  per la mia sala, per la mia casa, per la mia stanza, una ne ho, ci vivo,  ci dormo, ci mangio quando capita e sogno anche di farci all’amore, prima era così, un prima, che stamani, nonostante sia così lontano e doloroso, mi pare si avvicini un pò, a beh…le poltrone… si, è vero, sembrano così comode, anzi, un bel divano, lungo, piazzato ma comodo.

La tocco, è sotto la maglia sudicia, nella cinta consunta dei pantaloni, la mia cintura, quanti buchi ho fatto per portarla sempre, pensare che prima, quando la comprai promisi a me stesso che un po’ di dieta ci sarebbe stata tutta, ma cosa ne sapevo prima? Cosa sapevo di tutto questo, se non aver veduto film in bianco e nero di un’America, che non c’era allora come non c’è oggi se non su uno schermo. Tocco il calcio e lo sento ruvido a dispetto delle mie mani piagate e luride, sono giorni che non mi lavo, l’acqua è andata via, sono arrivati e mi hanno tagliato anche la luce, ma tanto non ho più soldi per i libri e la notte sembra più lunga ora, dicevo, niente acqua e tanta sete, una birra bionda e gelata come quelle della pubblicità, mi tirerebbe un po’ su e forse tornerei indietro, forse lascerei perdere.

Sono stufo della coda, ora esco ed urlo qualcosa come nei film con un effetto surround,  li avvolgo tutti e tiro fuori questo pezzo di ruggine, di storia rugginosa, una storia violenta ma che può fare ancora male, è tutto quello che mi resta di un passato e di una famiglia, altri prima di me ci hanno fatto una guerra e si sono fatti ammazzare per avere posti come questi dove fare le file in coda.

Io non voglio far del male a nessuno, voglio dei soldi, perché oggi vorrei fare una doccia, bere due bionde, comprare dei vestiti nuovi, telefonare ai miei figli e portarli con me dovunque vogliano andare, vorrei solo un giorno di quelli di prima, un giorno in cui ancora ero un uomo, non pretendo nemmeno di vedere lei, meglio di no, direbbero tutti che è stata passione, invece è solo vita.

L’omino piccolo piccolo, sbuffa, sembra stia per esplodere, mi distrae e lo guardo come se potessi sentire le voci che gli suggeriscono dentro qualcosa che gli altri ancora non hanno capito, ….E no, no cazzo! Ma lui è già fuori dalla fila, ora è veloce, non suda più e sembra persino più alto, è in piedi su una scrivania, rapidamente estrae un arma automatica e spara diverse raffiche in aria, vetri in frantumi, grida, odore di polvere da sparo e urina intorno, esplodono visi e colori prima sopiti, lui urla più forte di tutti.

Sdraiati, a terra su questo piano senza note di linoleum che puzza quasi come i miei panni; in silenzio, l’omino, o quel che è, ora corre veloce di cassa in cassa, mette i soldi dentro una busta e poi picchia un anziano che si trova sulla sua strada, gli prende i soldi dalle mani e non gli importa che ancora fossero i suoi e non delle Poste, lui ha il volto distrutto da lacrime e paura, la paura del domani senza quei soldi.

Io sono un sacco vuoto a terra, mi stanno persino derubando dell’ultima cosa che posseggo, il sogno, allora cerco dentro di me quello che ero, un uomo onesto, un uomo onesto che tornava a casa tutte le sere dopo il lavoro, quando c’era, dalla sua famiglia, dalla sua vita.

Ho sete Cristo santo! 

Mai avuta tanta sete, saranno due giorni che bevo acqua calda da fontane dubbie, rimaste nascoste e dimenticate in questa città con distributori e tessere a pagamento, mi viene pensato il rumore del tappo che salta e il bicchiere che si ghiaccia tra schiuma e gocce amare, voglio una maledetta birra se sopravvivo anche a questo.

Ora l’omino ladro va verso l’uscita ed io mi trovo sulla sua strada, mi salta come fossi una merda ed io mi dispiaccio, allora mi volto e allungo la mano dietro le spalle, su questo catenaccio che ho nella cintura e tiro fuori, allungo il braccio, urlo qualcosa che dovrebbe dire fermati ma non so cosa viene fuori, lui si volta e vedo negli occhi uno sguardo che è un misto di disprezzo e arroganza ma non odio, io lo odio, allora sparo.

La fortuna capita tra le mani degli ultimi quando questi non la cercano ormai più.

L’omino torna piccolo piccolo, cade a terra con un fiore su una spalla, un fiore che si allarga e diventa scuro come il linoleum ma cola un liquido denso e vischioso, una vecchia lì accanto sviene e domani gli racconteranno di quanto sia meglio avere un bancomat per riscuotere la pensione.

La gente tutta, d’un tratto fa caso a me, a questo straccione consumato, il vecchio derubato dall’omino piccolo piccolo e di merda si china su di me, io sono sceso a terra come un ascensore in emergenza, ho le spalle sulla parete di marmo freddo e guardo le mie scarpe rotte avanti a me, mi toglie la vecchia arma d’ordinanza del nonno e sorridendo mi dice grazie aggiunge che quella ai suoi tempi l’aveva già salvato da cose ben più letali ma sbrigative e meno dolorose della miseria, poi si volta guarda tutti e tutti sono d’accordo, non è successo niente, il ladro è caduto e si è sparato da solo rimanendo fuori combattimento fino all’arrivo dei CC, tutto qui, tutti salvi e contenti, specie il vecchio ed il direttore dell’ufficio postale.

Il vecchio prende il suo cappellaccio, lo sgualcisce un po’ e lo fa fondo fondo con il pugno dentro, poi inizia il giro dicendo “ non meno di 50 euro a testa chi può e badate che vi vedo se potete, ci siamo capiti? gli altri al buon cuore.”

Mi porge il giro della questua e mi tira su da terra, meglio andar via ora prima che arrivi la benemerita e faccia troppe domande, mi dice che il catenaccio di famiglia lo terrà lui per ricordo a me basterà il resto per ricordarmi che alle volte ci perdiamo da soli in un mondo che naufraga ma possiamo sempre aggrapparci ad un relitto e provare a tornare a terra piuttosto che affondare come tutti gli altri.

C’è un bar la in fondo, entro ed ordino due birre, sono le più buone della mia vita, non ne berrò mai altre due come queste,  lo so e me le gusto come fossero le ultime al mondo, come se Dio me le avesse messe nell’Arca insieme alle tavole della legge con un apribottiglie e un pugno di arachidi.

Un pugno di arachidi e rivoglio la mia vita.

Mi rado e mi guardo nello specchio di un bagno pubblico in un giorno dopo , poi metterò gli abiti nuovi, niente di eccezionale o belli come quelli di un tempo ma accettabili, perché ora sono pulito e accettabile, ho telefonato ai miei figli e passeremo del tempo assieme questo pomeriggio, farò riattaccare acqua e luce e forse per un po’ vorranno anche venire a trovarmi, non so quanto dureranno questi soldi ma io durerò di più.

 

Perché c’è sempre un’altra birra se hai sete e rimani un uomo onesto.”




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